Zucchi Federico

a triesteFederico Zucchi è nato a Gorizia nel 1979. Studia lettere nell’amata Trieste. Attualmente vive a Palmanova (Ud), città stellata della bassa pianura, dove lavora come insegnante. Ha pubblicato due libri di poesie: Nel mare non manca nessuno (Edizioni Culturaglobale) e Dinamo isba (Edizioni DivinaFollia).

Sull’immortalità con Ciribiribì Kodak
E’ strano come un pupazzetto
una pubblicità appesa a un muro
un giallo crocefisso alieno
possa diventare a tal punto caro.
Oggi, Chicca, che tu non ci sei più
che anche la Kodak è fallita
che tutto questo appartamento giace
con la chiglia capovolta nel passato
e la memoria è bivacco per gazze ladre,
ristoro è il tuo scherzo d’oro.
Bastava urlare Ciribiribì Kodak
per piegarci dal ridere.
Basta osservare il pupazzetto
per ridestare un destino
senza fine complice.

Tenersi allenati
Una poesia al giorno, mi sono detto,
ed eccomi qua sull’orlo dello spergiuro
in un giorno qualsiasi, neanche troppo caldo,
un ottimo pranzo, un filino di brezza,
un pomeriggio intero da dedicare al mito asburgico.
Cerco di vuotare le briciole della dispensa
qualcosa si trova sempre,
nella madia c’è sempre traccia di lievito.
Ma il pane resta memoria
e nessuna nave pirata solca la linea del fronte.
Dovrei uscire in strada
armare la catapulta dello sguardo
far scattare il ponte levatoio
ma oggi mi arrendo alla ritirata
e son pronto a gettare la spugna.
Che male sarà un giorno senza poesia?
Forse solo un giorno migliore
dispensato dall’empia vanità del prendere appunti.
Poi, in questa prolungata carezza del pomeriggio,
un’immagine mi incrocia nel torpore,
mia nonna Regina che affila i coltelli, lama su lama
e poi li ripone, soddisfatta, nel cassetto.
Bisogna sempre essere pronti
per un banchetto che non si farà attendere.

Non ci sono parole
Non ci sono parole
piange l’uomo sconvolto
fuori dal reparto rianimazione.
E mentre attende con gli occhi vacui
un qualche oscuro portentoso affacciarsi
sonda lo scalpiccio dei camici bianchi
e intreccia sul completo gessato
scoubidou di preghiere introverse.
Non ci sono parole
dicono gli amanti appoggiando la spada
stremati e respinti al mittente
sospesi nella rabbia che li ha resi
incapaci di non essere estranei.
È tutto qui l’addio?
Chi ha ammutolito lo strepito?
Chi ha tolto l’audio all’amore?
Non ci sono parole
pronuncia lo sguardo del bambino.
Ha in mano una macchinina
quando il padre lo prende in braccio
e gli dice che la mamma è mancata per sempre.
E il bambino osserva sbigottito
la voce del padre incrinarsi
perdere peso, portarsi le mani alle tempie.
Vorrebbe tanto dire qualcosa
ma riesce solo a fissare
due giorni di barba
ombreggiare il volto che piange.
E quando si abbracciano forte
lui stringe nel chiostro del pugno
la Ferrari di Michele Alboreto.
Non ci sono parole
quando un vento zaffiro
ci coglie nudi di spalle
e ci induce a pigiare i corpi
fino al colmo del mosto
fino al mistero dell’abbondanza.
Come arrotini di un altro mondo
raccogliamo il silenzio arrugginito
e proviamo a ricomporre la lama
degli eventi che ci hanno trafitto.
Si può girare intorno
ma la vita non tornerà trasparente,
quello che viene ripescato è solo
la prua di un bastimento affondato
nella cruna dell’oceano.

Apparirà forse chiaro
Sotto questa pergola di maggio
un attimo prima che abbui
quando il cielo volge al viola
apparirà forse chiaro
il libro scritto
degli amanuensi dell’amore.
E io sarò vecchissimo
e quasi folle leggerò senza fatica
la chiave in cui era immersa la corrispondenza.
L’infittirsi degli addii
l’affiatamento infinito dei corpi
i rimorsi allacciati alle ninfee del sonno
la rotondità raggiunta per esultanza.
Tutto combacerà improvvisamente
in un’unica interpretazione.
E io me ne andrò sorridente,
dissolta ape
nello sciame cosmo.

Isba
Ricordo ero in terza media
si leggeva nella penombra dell’ultima ora
un libro che parlava d’inverno, d’arti amputati,
di fosche ritirate dentro un destino più bianco
dell’aula ingiallita dalle strisce di scotch.
Ricordo la prof che scandiva rotaie di parole
e noi che ondeggiavamo silenti tra le righe
come pesci bisbiglianti dei Tropici.

Poi di un’ora ricordo perfino la luce
bianca come un’alba di neve ad Anversa,
ricordo l’ascolto acuito
la fredda fame delle ossa,
il buio corteo della ritirata, il gelo rappreso
al corpo di un soldato partito senza atlante
e una parola sconosciuta che si impone nell’aula:
isba,
la scarna casa dei contadini russi.

L’est Europa era per me poco di più
dell’oscuro cappotto di Lobanoskji,
Chernobyl, Dinamo Kiev, Dinamo Dresda.
Mosca, Zavarov, la voglia di Gorbaciov
tutto quello che sapevo della terra del Don.
E poi quella parola corta come
il diminutivo di un nome di donna,
isba.

E un istante dopo sono
compagno del sergente Rigoni Stern
quando, disperati, entriamo.
Vicino alla stufa c’è una zuppa calda
e una donna dolce d’offerta.
I soldati russi continuano a mangiare,
spossati animali in allerta.
Il rumore del cucchiaio nel piatto mi colpisce
come il battito delle preghiere
sul nero bitume dell’insonnia.
Nella stanza tutti partecipano
a una spoglia prima comunione
e quando usciamo non temiamo
di voltare al nemico la schiena.

Il giallo sherry dell’isba
brilla nella steppa dei giorni
come un’icona dorata e
sempre mi protegge nei pomeriggi
d’assoluta mancanza,
quando attraversare a piedi le Alpi
significa ri-sognare daccapo l’amore.

Caduti gli angeli della storia
rimane ferma l’isba
un calore a forma di volto
un irraggiamento buono per la stanza
una chiara anomalia che sconvolge
la tavola periodica dell’angoscia.

Isba,
scudo di un piccolo bene
opposto al segreto assoluto.
Isba
luce che impregna l’imbuto notturno
e invita i dispersi al riparo
a dire commossi al piatto di zuppa
spaziba bellezza del mondo.

E se noi accendiamo una stufa di latta
e lasciamo la porta socchiusa
avanziamo quel breve
vasto bagliore
che respinge
la morte per gelo.

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