Gian Giacomo Menon

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Gian Domenico Menon

Gian Giacomo Menon

Di Gian Giacomo Menon potrebbe essere sufficiente una biografia telegrafica e ironica (che lui certo approverebbe) sulla falsariga di quella, memorabile, che Eduardo Galeano ha dedicato a Maradona1. Nel caso di Menon basterebbe scrivere per esempio: studiò, insegnò, scrisse poesia. Perché Menon, per anni e anni, praticamente non ha fatto altro: la mattina a scuola per insegnare; il pomeriggio, la sera e la notte in casa a scrivere poesie e a inseguire i suoi fantasmi interiori. Per lui scrivere poesie era come respirare: una necessità vitale, una (la?) ragione di vita. Lui stesso, due anni prima di morire, in un appunto manoscritto confessa di avere scritto, dall’età di 11 anni in poi, non meno di centomila poesie, oltre un milione di versi2.
Oppure potremmo accontentarci della asciutta scheda biografica che lui stesso compilò nel 1966 per la «Fiera Letteraria»3: «Nato in Austria, non lontano dal fiume che segnava il confine del Sessantasei, presto redento dai portatori delle carte rosse4 (mia nonna fece in tempo a confermare la vecchia delle uova), profugo in Stiria nella grande guerra, ho studiato a Gorizia e a Bologna. Da molti anni vivo e insegno a Udine. Dopo un breve esperimento giovanile, non ho pubblicato nulla di quanto sono venuto, foglio dopo foglio, scrivendo per una decisione di assenza consumata in un’amara invenzione che l’improvvisa novità dei tempi pare voglia sostituire». Non è compito facile né agevole tracciare la biografia di un uomo che per una ostinata, sofferta «decisione di assenza» praticata con coerenza e determinazione5, ha trascorso più di metà della sua vita praticamente tappato in casa (a parte l’insegnamento6 e gli inseguimenti amorosi), si è accuratamente nascosto agli occhi dei più, sfuggendo ogni anche pur minimo côté sociale, ha diligentemente cancellato le proprie tracce nel mondo. Anzi, di tracce, sociali e pubbliche, da un certo momento della sua vita in poi non ne ha proprio lasciate7.
Morendo, Menon ha lasciato in casa 25 pacchi di manoscritti e dattiloscritti, il laboratorio poetico dei suoi ultimi anni (1990-1999): sono migliaia di foglietti fitti di versi con correzioni, varianti, cancellazioni che ora fanno parte del Fondo istituito a suo nome alla biblioteca civica Joppi di Udine. Ma in quei foglietti, oltre che i versi, si trovano anche, numerosissime e preziose, quelle che lui definiva «note a margine dello sconforto» (sempre manoscritte e inserite fra parentesi quadre): sono il suo diario intimo, il quaderno delle sue riflessioni, e soprattutto la registrazione della disperazione e dell’angoscia del poeta che, in una lotta atroce con il corpo che si corrompe e si degrada, sente avvicinarsi l’ora della fine mentre il bilancio della sua vita gli appare fallimentare e disastroso (cfr. l’Appendice alla biografia, passim).
Sarebbe comunque sbagliato pensare che Menon fosse fuori del mondo: assente dal mondo sì, ma informato. Fino alla fine della sua vita ha continuato a leggere regolarmente il «Corriere della Sera» (nel quale avvolgeva il registro di classe e col quale, sottobraccio, si presentava a scuola ogni mattina), ma era al corrente delle novità librarie e culturali8.
Tutte le scarse notizie raccolte su di lui provengono da pochissime fonti scritte autobiografiche e da un pugno di testimonianze orali soprattutto di famigliari o di ex allievi. E comunque alla fine di tutto questo lavoro di scavo resta un’acuta consapevolezza: che c’erano più Menon, contraddittori e in conflitto tra loro, che convivevano nella stessa persona e che probabilmente nessuno mai riuscirà a tracciare di lui un ritratto esaustivo e soddisfacente, a disegnarne un profilo veramente completo.
Nato a Medea (Gorizia), allora in territorio austroungarico («a mezzo chilometro dallo Judrio che nel 1866 segnava il confine tra Italia e Austria»), il 24 novembre 1910, Menon era figlio di Silvia Traversa («Bella e ambiziosa, aveva studiato in un collegio femminile austriaco», ricorda oggi la nipote Annasilvia Bombi) e di Giuseppe (Beppo) Menon9, «irredentista e iscritto nell’elenco degli italianeggianti», maestro elementare fino al 1919 in una scuola italiana a Graz (Gian Giacomo vi frequentò le elementari), quindi ispettore scolastico capo a Gorizia e in seguito, dopo il trasferimento della famiglia a Udine nel 1937, vice provveditore agli studi nel capoluogo friulano. Uno zio era Domenico Menon, autore della raccolta Lis vilotis furlanis (edizioni della Società Filologica Friulana). «Nella sua infanzia ha respirato aria contadina e cristiana », si legge nella scarna nota autobiografica che chiude I binari del gallo, la raccolta di suoi versi pubblicata dall’editore Campanotto nel 1998: e infatti sia il mondo contadino – con il suo lessico specifico (attrezzi, piante, animali), i suoi odori, suoni e topoi10 – sia l’atmosfera cristiana ritorneranno continuamente e diffusamente nei versi del poeta fino alla fine della vita. Nel 1921 la famiglia si trasferì in una casa in affitto a Gorizia e nel capoluogo isontino Menon frequenterà il ginnasio-liceo, portato a termine brillantemente («Nino aveva 9 in greco – racconta la sorella Marucci -; era studioso e diligente, ma anche un po’ nevrotico»11). Tra i suoi insegnanti a Gorizia ci furono il futuro germanista Ervino Pocar (Pocarini) ed Enrico Mreule (1886-1963), singolare ed eccentrica figura di intellettuale giramondo al quale Claudio Magris ha dedicato qualche anno fa un’intensa biografia romanzata12. All’esame di Stato Menon ottenne la votazione più alta: 7,2 («la massima media del tempo, il migliore», preciserà puntigliosamente il poeta alla soglia dei novant’anni, stilando il proprio albero genealogico e una sommaria autobiografia)13.
Nel 1929 Menon si iscrisse all’università di Bologna dove, facendo il pendolare con Gorizia, conseguì («in tre anni e mezzo») una prima laurea in giurisprudenza14 (il 12 luglio 1933, votazione 100/110) alla quale fece seguire una seconda in filosofia15 (il 12 novembre 1937, votazione 108/110) dopo una crisi personale dovuta alla «ripugnanza per il mondo giuridico». Giovanissimo, Menon aderì al movimento futurista (la cui sezione giuliana era stata fondata da Sofronio Pocarini, fratello di Ervino Pocar) firmando con l’artista Tullio Crali (1910-2000) un manifesto programmatico16 e facendo rappresentare al teatro Petrarca di Gorizia, con scenografie dello stesso Crali, una piéce: Delitto azzurro, sempre di ispirazione futurista (di questo debutto teatrale finora non sono state rintracciate prove documentali; e per ora ci si deve accontentare delle poche righe che in proposito ci ha lasciato l’aeropittore nel suo sintetico diario-autobiografia conservato al Mart di Rovereto17). Due anni dopo, nel febbraio del ’31, Menon sigla sull’«Eco dell’Isonzo» un’entusiastica recensione sulla partecipazione di Crali alla mostra collettiva di arte futurista inaugurata un mese prima a Padova da Filippo Tommaso Marinetti in persona. Tra gli amici degli anni goriziani va ricordato lo scrittore, giornalista e poeta Carlo Luigi Bozzi (1894-1973), padre di Paolo, psicologo, studioso della percezione e filosofo; tra le amicizie intrecciate negli anni successivi spicca sicuramente quella con l’antropologo Carlo Tullio Altan, padre del noto disegnatore creatore della Pimpa.
Già al liceo scrive poesie e racconti che poi pubblica su giornali o riviste goriziani18: il n. 11 del 1929 del periodico goriziano «Squille Isontine» ospita tre sue poesie (San Donato in monte, La vergine del castello e Viaggio) sotto il titolo cumulativo Riflessi di cielo; altri scritti di Menon compaiono in quel periodo sull’«Eco dell’Isonzo»: Il frate del castello; Fola di Natale (25 dicembre 1930), Impressioni nuove (siglato men, 7 aprile 1931), la novella umoristica Il canarino; Greta e Kometé (numero unico del Circolo della stampa allegato all’«Eco dell’Isonzo» del 29 gennaio 1931).
Nel 1930 pubblica a sue spese, raccogliendoli in un libretto, i versi di ispirazione futurista che era andato pubblicando sulla rivista dell’amico Pocarini: è il leggendario il nottivago – versi liberi19 (leggendario perché l’autore, quasi a voler sconfessare quella prima ingenua e giovanile prova, rastrellò, facendole sparire, tutte le copie in circolazione; presa di distanze che non gli impedì, molti anni dopo, di continuare a regalarne qualcuna a pochi eletti o elette). Il titolo del volumetto – che l’autore dedicò «A Mary che ha i capelli troppo bruni e l’anima troppo bionda…» – è una citazione dal libro sacro di Eraclito di Efeso20 dove il filosofo greco raccolse, originariamente pare senza alcuna punteggiatura, una serie di massime, vaticini, espressioni quotidiane, ambiguità lessicali, illuminazioni poetiche e sentenze oracolari enigmatiche, paradossali e oscure. Contrariamente a una vulgata dura a morire, F.T. Marinetti non scrisse una prefazione vera e propria per il nottivago, ma espresse un giudizio lusinghiero seppur sintetico sul libretto («Ingegno indiscutibile. Sensibilità futurista. Immagini audaci») che venne riportato sulla fascetta editoriale. Quale migliore réclame di un apprezzamento del padre del futurismo italiano?
Prima di approdare al liceo classico Jacopo Stellini di Udine – dove insegnò storia e filosofia ininterrottamente dal 1939-40 al 1968-69 (e in precedenza anche nel 1937-38) -, Menon ebbe incarichi nel ginnasio-liceo italiano di Tolmino (a 23 anni), nell’istituto tecnico e in quello magistrale di Gorizia e nelle magistrali a Udine21.
Richiamato alle armi come soldato semplice nell’artiglieria pesante da campagna, venne scartato alla visita di leva («Per la forte emozione ebbe una crisi cardiaca con palpitazioni che venne scambiata per una forma patologica», ha ricordato sorridendo la sorella che abbiamo intervistato nel febbraio 2012). Durante il ventennio fascista (iscritto al Pnf il 21 aprile 1932 e all’Associazione fascista scuola nel gennaio 1934), dovette insegnare e collaborare con i gruppi rionali fascisti, la Gil e il Guf, ma fu sempre, anche grazie al clima respirato in una famiglia di sentimenti socialisti, un convinto antimilitarista e antifascista.
Il 15 aprile 1945 sposò l’ex allieva Silvia Sanvilli (Udine, 1922-2013). Non hanno avuto figli; Menon era ferocemente contrario alla procreazione («Non riproducetevi!», intimava perentorio ai suoi allievi, soprattutto alle femmine). Brillante parlatore e intrattenitore, impeccabile e raffinato nel vestire, fino ai 47 anni ebbe un’intensa vita mondana e sociale partecipando a feste, frequentando locali pubblici, coltivando amicizie nel mondo intellettuale e culturale udinese. Poi, per ragioni intime personali e probabilmente famigliari, la svolta improvvisa con la decisione di sottrarsi a una dimensione pubblica e sociale (ma assolutamente senza chiudere gli occhi sul mondo). Fino alla fine della sua vita Menon fu inesorabilmente attratto e affascinato dalle donne, soprattutto dalle jeunes filles en fleur, sulle quali esercitava un irresistibile potere seduttivo. Sull’argomento basti questo. E se chi lo ha conosciuto può stupirsi o addirittura rammaricarsi per l’assenza in queste note biografiche menoniane di un apposito capitolo dedicato alla sua vita sentimentale, consideri che le difficoltà e i rischi connessi a una simile impresa la rendono impossibile (perfino George Steiner, che pure avrebbe potuto dire qualcosa di decisivo e forse di pionieristico in materia, ha rinunciato, sia pure a malincuore, a scriverci sopra un libro: «Anche l’indiscrezione esige dei limiti»22).
Dal 1971 al 2012 dieci musicisti23 – tra i quali spiccano Piero Pezzè e James Dashow – hanno scritto spartiti ispirandosi alle poesie di Menon (le musiche di sette di loro sono state registrate nel cd allegato a questo libro). Nel tardo pomeriggio del 6 marzo 1972 al Teatro delle Mostre di Udine, a cura dell’Agimus, gli venne dedicato un concerto24 di musicisti regionali che si erano ispirati a sue poesie (ma lui non si presentò, coerente con la sua drastica scelta di assenza) con la partecipazione di Elena De Martin (mezzosoprano) e di Giuseppe Botta (tenore), accompagnati al pianoforte da Daniele Zanettovich. Vennero eseguite musiche di Cecilia Seghizzi, Enrico De Angelis Valentini, Franco Dominutti, Pezzè e dello stesso pianista. I brani musicali composti da Pezzè (che musicò le tre poesie non chiedere il cedro alle colombe, vengo con zufoli di creta e scambiati zodiaci) vennero eseguiti nuovamente 23 anni dopo, martedì 11 aprile 1995 nella sala del convento delle Orsoline a Cividale del Friuli e il giorno successivo nel Salone del Parlamento del Castello di Udine, in un concerto in memoriam nel quindicinale della morte (all’esecuzione il duo Mirna Pecile voce e Natascia Grebeniouc pianoforte). I due spartiti per voce e pianoforte dedicati a non chiedere il cedro alle colombe e vengo con zufoli di creta sono stati eseguiti nuovamente il 4 febbraio 2013 nella Sala Ajace di Udine durante un concerto-omaggio a Pezzè nel centenario della nascita per iniziativa degli «Amici della musica» del capoluogo friulano presieduti dalla professoressa Luisa Sello (Alessandra Schettino voce soprano, Ferdinando Mussutto pianoforte).
Commentando la sua scelta, Pezzè scrive: «I finissimi versi del Menon, pieni di immagini fantastiche, caldi di sentimento, animati da una ritmica varia e stimolante, mi hanno suggerito una lettura musicale che mi sono proposto lineare nella struttura, sollecita nella espressività del canto e discreta nella partecipazione strumentale di sostegno»25.
In data imprecisata ma posteriore al 1992, Menon spedì a James Dashow26, marito della nipote Annasilvia Bombi, 30 poesie-prose dattiloscritte come suo solito su foglietti volanti (il primo contiene soltanto la parola «grazie») e composte in un arco di tempo di circa 15 anni (a partire dal 1977). In esse l’autore spinge al massimo la sperimentazione lessicale, inoltrandosi in invenzioni verbali la cui musicalità/sonorità prevale e occulta ulteriormente l’aspetto seman6 tico. Ispirandosi a due di esse – i fermagli notturni e la carta dell’ombra e come là dove le solitudini e l’onda della terra – il destinatario ha scritto una composizione per soprano, pianoforte e suoni elettronici.
Poco indulgente con la quasi generalità dei colleghi, Menon non amava far comunella e non coltivò con loro legami di amicizia e colleganza, né dentro né fuori della scuola, che andassero al di là dello stretto necessario (in pratica gli scrutini o gli esami). Con qualche rarissima eccezione, una delle quali fu Alessandro Ivanov, intelligente, brillante e un po’ bislacco insegnante di italiano e latino, uno dei pochissimi che parve essergli congeniale e con il quale nell’immediato secondo dopoguerra Menon si divertì a scrivere a quattro mani racconti sboccati e licenziosi che poi i due riuscirono a farsi pubblicare, in forma anonima, su riviste o giornali. Menon e Ivanov furono visti spesso confabulare, discutere e ridere tra loro a riprova di una evidente complicità tra i due27.
Considerato il carattere e lo stile di vita, su Menon sono sempre fiorite le dicerie e le voci più fantasiose e improbabili come ad esempio quella che lo voleva iscritto «a un’associazione internazionale di magia, ossia di illusionismo»28. La testimonianza della sorella fa finalmente giustizia di simili bufale: «Nino – ci ha raccontato Marucci – partecipò qualche volta per gioco a sedute spiritiche, per intenderci quelle con il tavolino a tre gambe che trema, nella casa udinese di un amico, un tal Rapuzzi29. Ma erano cose fatte per scherzo da giovanotti che avevano voglia di divertirsi e di ridere un po’ per alleggerire il terribile e opprimente clima provocato dalla guerra. Sarà stato il ’43 o il ’44… Nient’altro più di questo. Figurarsi se uno con le idee di Nino si faceva incantare da quelle scemate».
Contrariamente a quanto i suoi studenti erano portati a pensare e a vedere di lui dal mero lato della scuola (anzi: che lui induceva a pensare e vedere), fuori dello Stellini c’era un Menon che non ti saresti aspettato. «Nino (così Menon veniva chiamato in famiglia, ndc.) era un grande amante della natura – ci ha detto la moglie Silvia Sanvilli riferendosi ai primi anni di matrimonio, in un ricordo forse un po’ accomodato e alterato dalla lontananza -; e gli piaceva tanto il mare. Quello di scoglio, però; Lignano non la sopportava, era finta e volgare diceva! Nino nuotava come un pesce e quand’eravamo in vacanza, a Grado, in Liguria o in Puglia, passava le mattinate in acqua. Poi il pomeriggio leggevamo e facevamo qualche passeggiata con il cane. Nino stava volentieri in compagnia e si faceva amici dappertutto dove andavamo»30. Aveva una grande paura degli aerei, curiosa idiosincrasia per un ex futurista! Fu sempre un ciclista nell’animo anche se fin dagli anni Cinquanta aveva avuto un’automobile, prima una Topolino e poi un Cinquino Fiat (e vederlo par7 tire a singhiozzo con quella sua vetturetta bianca agitando la mano fuori del finestrino per salutare, era uno spettacolo che raramente ci perdevamo dalle finestre della nostra aula)31.
La moglie ha anche raccontato che negli ultimi tempi – Menon è morto nel dicembre del 2000 -, quando il poeta non riusciva quasi più ad alzarsi dalla poltrona con la cagnolina Toi32 placidamente accovacciata tra lui e lo schienale, il marito aveva «fatto amicizia» con un uccellino che tutti i giorni veniva a posarsi sul terrazzo dell’appartamento di via Carducci. «La cosa è andata avanti per mesi e Nino stava lì a guardarselo in silenzio, compiaciuto e felice»33. Menon ha pubblicato poco, praticamente niente rispetto a quanto ha scritto nel corso della sua lunga vita: oltre al già citato nottivago, 17 poesie comparse sul n. 32 (anno XLI) del settimanale «La Fiera Letteraria» del 18 agosto 1966 e la raccolta I binari del gallo (ma in origine il titolo scelto era Geologia dei silenzi34), selezionata dallo stesso autore con prefazione di Carlo Sgorlon e Maria Carminati. Nella casa ormai vuota di via Carducci 48, su un ripiano basso della libreria, c’è ancora la macchina per scrivere Olivetti con la quale Menon trascriveva i suoi manoscritti, battendo solo e rigorosamente con due dita!
Si tenta qui, infine, di delineare la genealogia filosofica e poetica di Menon, il suo canone, provando a individuare i suoi maestri e le sue fonti, i punti di riferimento privilegiato, le correnti culturali o i pensatori cui si è maggiormente ispirato, gli autori verso i quali sembra maggiormente debitore e dai quali più ha tratto esempio, spunto, conforto e alimento per il proprio pensiero, la poesia e la stessa condotta di vita. Nel farlo ci si è serviti ampiamente delle citate «note a margine dello sconforto»35 che il poeta, nel decennio 1990-199936, ha appuntato a mano sul bordo dei foglietti su cui scriveva (o dattiloscriveva) le poesie.
Ricordato che Menon aveva una solidissima formazione classica e umanistica, dal punto di vista filosofico la sua concezione/visione del mondo era sicuramente debitrice di Epicuro (che in un appunto del febbraio-aprile 1997 il poeta definisce icasticamente «scozzonatore di vergini») e in particolare del suo monito: «Vivi nascosto», ma anche di Epitteto, di Gorgia e Protagora, dei Sofisti e degli Stoici, degli Scettici e dei neo-pirroniani (in particolare con riferimento al concetto di ἐποχή), di Pascal, Schopenhauer e Leopardi37, di Ortega y Gasset e di Carlo Michelstaedter (del quale ha sempre parlato a lungo e con insistenza ai suoi allievi liceali). In un appunto dell’agosto 1996 scrive: «Io non ho avuto idoli, forse due: Rensi e Baudelaire e forse Rimbaud» (ma in un appunto dell’aprile-maggio ’97 rivendica orgogliosamente: «Non mi occorrono maestri, io ho quello che mi occorre. Ogni uomo è sé, nessun paragone fra uomini, solitudine essenziale», per poi correggersi nel luglio 1996 quando ammette che «l’uomo, il maestro, il poeta ha bisogno di consensi, di accettazione»). È sicuramente Giuseppe Rensi (1871-1941), filosofo solitario e inattuale per eccellenza, il pensatore che sembra aver più profondamente influenzato il poeta: basti pensare alla «isostenia dei logoi», da Menon costantemente predicata, oppure alla concezione rensiana della storia come caso e ripetizione e quella dell’uomo come preda inerme e nuda del caso e della paura, concetti che Menon aveva interiorizzato e fatto propri, che continuamente ci ripeteva e riproponeva in aula e che condizionavano anche vistosamente il suo modo di insegnare la storia38. In un appunto dell’ottobre 1997 scrive: «Il caso, sì il caso, nessuna legge né di natura né di spirito, né bassa né alta». Nel novembre 1995 aveva elencato i capisaldi del suo pensiero, il suo identikit esistenziale: «Soggettività spinta, dubbio sistematico, isostenia, fede oscillante, paura, viltà, epoché». Una forte influenza su di lui ha sicuramente esercitato Nietzsche (con la sua convinzione dell’impossibilità di raggiungere la verità, per esempio; oppure: «Non esistono cose, esistono interpretazioni di cose, fatti di coscienza, della mia coscienza», annotazione del settembre-ottobre 1997)39. Influenza nicciana esercitata probabilmente anche riguardo alla fede e alla religione: Menon, infatti, nelle sue «note marginali» e nelle sintetiche autobiografie40 che ha periodicamente continuato a scrivere fino all’ultimo anno di vita preoccupato di lasciare di sé una identità esatta e, per così dire, autocertificata, non si dimentica mai di ribadire e sottolineare l’aria contadina e cristiana respirata nell’infanzia. Nei versi scritti negli ultimi dieci anni di vita, il poeta nomina, invoca, cita spesso Dio e soprattutto il Cristo41, quest’ultimo, forse, di nuovo in senso nicciano come l’unico vero cristiano contrapposto alla Chiesa e al Cristianesimo42. E poi ancora, per motivi e con influenze diverse, Menon si rifà a Heidegger (per anni ha continuato ad adottare come lettura da portare all’esame di Stato Was ist Metaphysik?), a Wittgenstein (di quest’ultimo in particolare ripeteva alcune affermazioni relative al solipsismo: io sono il mio mondo; i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo; su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere), al neopositivismo logico della Scuola di Vienna e alla filosofia del linguaggio.
Per quanto riguarda la poesia, al lettore appare subito evidente il grande debito che Menon aveva con i simbolisti francesi: Rimbaud («Non so quanto e come capito», febbraio-aprile 1997) e Baudelaire soprattutto, ma anche Mallarmé, quindi Valery e il russo Sergej Esenin43. Sono questi cinque i suoi numi tutelari, una discendenza diretta da lui stesso più volte segnalata e sottolineata44. Menon sembra aver assimilato la lezione di Mallarmé (le parole implicano l’assenza di ciò che designano, il linguaggio è ontologicamente vuo9 to), ma la supera (il linguaggio è ontologicamente pieno anche se ermetico ed enigmatico). Come ogni vero poeta, Menon ha saputo confrontarsi «con una condizione di esilio dalla realtà e dalla lingua» (Josif Brodskij), conquistare la propria realtà (o riviverla nella memoria) e definire/creare una propria lingua45. Per riuscire a parlare, a (de)scrivere il suo mondo si è dovuto creare una lingua poetica personalissima da lui volta a volta impiegata su registri alti/aulici, medi o plebei e nella quale si possono qua e là cogliere influssi, impasti, inserzioni, sonorità da lingue, linguaggi e dialetti i più disparati. «Della mia poesia – annota nell’ottobre 1997 – non bisogna preoccuparsi dei contenuti né dei messaggi o dei racconti ma di strutturazione delle parole, dei ritmi, degli incastri, degli accostamenti, travestimenti, tradimenti». E l’anno seguente puntualizza: «[La mia poesia è] tutta basata sul ricordo, sulla memoria e sulla trasfigurazione simbolica della realtà» e ne fissa le caratteristiche fondamentali: «Prosodia, metonimia (la figura retorica principale delle mie poesie, una parola per dire altro, una parola simbolo di altro), simbolismo, nominalismo, scomposizione». E così, trasfigurando e inventando, Menon riesce a compiere la titanica impresa di rinominare il mondo, la vita vissuta, il presente e i ricordi. Forzando il lessico ai limiti dell’indicibile, Menon sembra aver fatto suo il lapidario appello di Paul Celan (poeta che a scuola, curiosamente, non ricordo che abbia mai nominato) per una lingua «a nord del futuro» visto che la Sprache, il Logos erano degenerati in Prosa a sua volta corrotta in Gerede, in chiacchiera, fino alla sprezzante, orgogliosa, estrema provocazione che per anni e fino alla fine ha continuato a sibilare: «Non mi piacete, non mi siete mai piaciuti»46.
Ricchi come sono di indicazioni, precisazioni, chiarimenti, sottolineature gli appunti a margine costituiscono un indispensabile strumento per penetrare nel laboratorio poetico di Menon, sono le necessarie «istruzioni per l’uso» che a ogni suo lettore conviene avere con sé. Ecco perché, nonostante possa apparire un appesantimento del testo, riteniamo comunque utile darne largamente conto in nota e nell’Appendice alla biografia47.
Chi scrive ha calcolato, sicuramente per difetto, che Menon fra il 1993 e il 1999 abbia scritto almeno 14mila poesie, il che vuol dire 5,5 poesie al dì per ognuno dei 2.555 giorni del periodo. Nino ha sempre scritto molto, ma negli ultimi 10 anni di vita, bloccato forzatamente in casa a causa dell’età avanzata e del fisiologico decadimento fisico aggravati da acciacchi e malattie varie (compresi diversi ricoveri ospedalieri), sembra aver centuplicato la produzione poetica. In quegli ultimi anni ha scritto con una specie di furia febbrile, in modo compulsivo. Perché? Già molto anziano Menon scopre, indignato sorpreso e sgomento, non solo che il suo corpo non risponde più come lui vorrebbe, ma soprattutto che la sua solitudine e il suo isolamento sono irrimediabili. Lui, la tragica solitudine dell’essere umano, in precedenza l’aveva sempre teorizzata e predicata, perfino con cinica spavalderia intellettuale, ma soltanto ora ne sperimenta davvero gli effetti sulla propria pelle, sente il cocente rammarico di aver avuto/voluto «una vita non vissuta», solo ora assume la piena e dolorosa consapevolezza che fin lì dov’è arrivato nessuno, nessuno lo ha accompagnato, che i giochi sono ormai fatti e non si può più tornare indietro.
Eppure, alla fine, quanto avrebbe voluto un braccio al quale appoggiarsi, una piccola mano da stringere, un cuore di cui ascoltare il palpito, qualcuno da cui trarre un po’ di calore. Perché lui è ancora capace di farsi accendere e devastare dalle cose dell’amore. E allora che fa? Cerca di liberarsi di tutto il superfluo49. Si butta in quello scrivere «matto e disperatissimo», si stordisce con la scrittura per ottundere il dolore, per tentare – vanamente – di allontanare da sé l’ombra della fine, il fantasma della Vecchia Mietitrice che gli alita sul collo. Specularmente a Katherine Mansfield che non voleva morire per poter scrivere ancora e ancora, Menon scriveva ancora e ancora per non morire. Che altro poteva fare?50
Occorre sapere altro o di più su di lui?51 Certo sarebbe sciocca presunzione pretendere di racchiudere in poche paginette e qualche nota a corredo una vita intera, una vita come quella di Menon, «filosofo del nulla e poeta assoluto » (Sgorlon), che sembra fatta di niente, ma che è in realtà una foresta lussureggiante. Ora però il lettore ha probabilmente qualche utile informazione e avvertenza in più per incamminarsi nell’Holzweg menoniano («La natura è brutale, cattiva, solo da salvare forse un sentiero fra i pini») dove però dovrà comunque perdersi (e auspicabilmente ritrovarsi) da solo. Come scrisse 47 anni fa «La Fiera Letteraria»: «Di Gian Giacomo Menon non sappiamo quasi nulla. Sappiamo solo che è un poeta, un vero poeta, ed è questa forse l’unica cosa che conti». Quel che è certo era pazzamente innamorato della «vita incandescente delle parole»: quello è stato il più grande, fedele, immutabile, ossessivo e probabilmente unico vero amore e conforto della sua vita. Ma non lo pensavano anche Franz Kafka («La lingua è un’amante perpetua ») e André Breton («Le parole fanno l’amore» anche se derivano «dalla bocca d’ombra»)?
Cesare Sartori

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