Bressan Luigi

Luigi Bressan è nato ad Agna (Pd) nel 1941 e vive a Codroipo (Ud), dove ha insegnato materie letterarie e latino nel liceo scientifico. Ha pubblicato alcune opere di poesia nel dialetto del suo paese d’origine:
– El canto del tilio (Campanotto, Udine, 1986 – Premio S.Vito al Tagliamento);
– El zharvelo e le mosche (Boetti & C., Mondovì, 1990; pref. Di Giovanni Tesio);
– Che‘fa la vita fadiga (Edizioni del Leone, Spinea, Venezia, 1992);
– Maraeja (Poesia in piego n° 26 – Grafiche Campioli-Monterotondo, 1992);
– Data (Biblioteca Cominiana, Padova, 1994; pref. Di Luciana Borsetto);
– Vose par S. (Collana “La barca di Babele”, Meduno, 2000; pref. Di Franco Loi – Premio Lanciano)
E in italiano:
– Quando sarà stato l’addio?, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2007.
E’ presente in varie antologie, tra cui:
– Via Terra, a cura di A. Serrao, Campanotto, Udine, 1992;
– Nuovi Poeti Italiani, a cura di Franco Loi, Einaudi, Torino, 2004.
Ha collaborato al volume Da Rimbaud a Rimbaud (Il Ponte del Sale, Rovigo, 2004);
a La Bella Scola (a cura di Marco Munaro, Ivi, 2003) con una lettura del canto sesto dell’Inferno; inoltre ad alcune riviste di poesia (Lengua, Diverse Lingue, Il Belli, Tratti, EnnErre) Ha fatto parte della redazione della rivista di letterature dialettali Diverse Lingue. Ha diretto la collana di poesia La Barca di Babele per il Circolo culturale di Meduno.
Della sua poesia si sono occupati, tra gli altri, Franco Loi, Giovanni Tesio, Franco Brevini, Achille Serrao, Gianni D’Elia, Anna De Simone, Maurizio Casagrande, Nelvia Di Monte, Sebastiano Aglieco.

Canto di zoccoli breve

Ci vorrebbe un’aria grande
per l’incipit un’alta intonazione
ma il luogo è un centro balneare
una platea ampia d’assenze
sola folla i palazzi alle spalle
mentitori di tenui tinte

Settembre muore il sole ride

Per viali per aiuole brevemente
lascio lo sguardo sorprendersi di vuoti
muovo qualche passo dietro un refolo basso

che rotola freddo

Sono venuto senza vedermi
a esporre alla spiaggia il corpo macchiato
a rabbrividire di candida luce

Il mare affonda lame
nella rena tagliata

In lontananza appaiono
scompaiono sagome d’aborigeni
le segue forse questo beduino
rappreso dall’aria con l’avanzo
di tre tappeti e due teli da bagno
che lo figurano un prelato
mentre si lascia cadere sfinito
nasconde la faccia nella teca delle mani
diventa un fardello funerario
per rinascere al viaggio

Qual vento si torce tra noi?

In sogno percorriamo a ritroso
ciascuno il cammino dell’altro
fino ai cent’anni e cento
così evitiamo d’ammazzarci

Ma è troppo dispendioso l’argomento
già mi confondo a cercare di spiegarmi
ciò ch’è avvenuto nel contempo:
là tra le case là dietro
un canto di zoccoli breve
un legno femminile leggero
si porta via un’eco di voce

La cocca rosa

Pesa a Settentrione
un Tardo Cinquecento veneziano
tutto abbracciato alla sua carne

Non è che un burlato sentore d’inverno

remoto ancora ma quei roghi
di pestilenze ardono e consumano
tra le carcasse dei secoli fumando
lungo le carovaniere dei TIR
come spopolavano i fondachi d’Oriente

Al balzo di campane e sirene si scende
a pian terreno di questo mattino
svegliato per fughe in fronte il vecchio viale
suda di piova e fatica notturna
rotto nelle sue piaghe dalla luce

La zingara matriarca sbuca a procacciare
– il collo levato a varcare i cancelli
spavalda come cresta di gallina
una cocca rosa pende sui capelli –

ma è tutto una rovina il dismesso ospedale
e addosso agli alloggi dei dragoni
– era delle taccole il segnale –
in bocca alle finestre diramano le acacie

Il dattilo

Lungo la nobile muraglia
il mattino è notturno
un sogno verde lo rincalza

Anche il respiro è d’ombra
su da un’ansia d’orizzonte
a riannodare incerti passi

Solitario si disegna un noce
un dattilo rilascia le sue coccole

Novembre

Non cessa il parlottìo del giorno
chissà se dello stesso trapestìo
che viene dalla nebbia dei Santi
che varca nella chiesa dal portale
spalancato per l’unzione dei cardini

Escono sconnessi fiati d’oranti
Si passa senza lasciare orma

Sale dal cavedio del palazzo accanto
la nenia della ragazza delle scale
già s’inoltra col peso del secchio
nel giardino rinselvatichito
tra alte erbe ha adocchiato
nel fogliame secco grattare enormi ricci

Non faranno in tempo dice quest’anno
a crearsi intorno la palla di fieno

Il racconto

Ho amato i piedi della bella
per capriccio deformi e ricovrati
nella fossa dell’inguine
Ho amato in lei tutti i piedi
quelli tornati alla mossa del fango
ali slogate ali cadute
i chiodi arrugginiti nel sangue
più forti del dolore dell’urlo
spine più selvagge del nitrito

Il pellegrino stringe il suo racconto:
un giorno contratto in un istante
Dio mi ha perdonato per sempre

Il favo
A tavola gira vino dolce. Me ne danno a bere e ribere. Si mangia carne arrostita e si ride. Voci di donne e di ragazzi si mescolano e disegnano facce ai vetri aperti e nell’aria che brilla, al settembre pieno di sole. Mi alzo col sorriso tatuato che non mi vuole riposare e giro con gli occhi e con la stanza, cammino verso l’ombra della siesta guadando un lab-lap tra spruzzi di grida. Salgo la scala nella foschia del sudore, scende attraversandomi un profumo di rose. Sbando nella camera dei miei (dove saranno?), entro nel silenzio chiuso, segreto, che viene colto da un brivido, mi lascio cadere nella grande nuvola bianca. Odora di bucato e di sonni e sogni e amplessi lavati. Dormi dormi.
Non ho più tredici anni, ne ho diciotto come Angiolina, la porterò via a Gusto quando lei verrà a sbaciucchiarmi come un eterno bambino, le farò sentire come ferve la mia pelle su tutto il corpo, l’abbraccerò al collo e ai fianchi e cadremo insieme frugandoci e ridendo. Dimenticherà gli sguardi di lui e i fianchi che si toccano quando camminano vicini. Farà per me quel gesto di spostare all’indietro i lunghi boccoli biondi col capo filato dalla mano, seduta sulla panca in giardino abbandonerà le braccia sulla gonna affondata tra le ginocchia appoggiandosi indietro al ruvido vecchio melo per liberare lo sguardo tra i rami e l’azzurro.
Dormire di giorno è morire due volte. Mi risveglio che ho di nuovo tredici anni. Il pomeriggio ha spento una luce, un cerchio d’ombra mi stringe le tempie, sento friggere l’aria come per minuscole ustioni, ronzano scuri garbugli.
Ancora disteso mi rivolto sull’orlo del letto con la testa che sporge: da una fessura dell’assito germogliano voli frequenti, spicciano fuori api, soffiate d’api.
In piedi nella stanza alveare giro su me stesso come smarrito in mezzo a un frutteto in piena fioritura. Corro a dare la notizia.
Adesso intorno all’alcova un andirivieni di voci allegre e stonate, di curiosi e burloni che si parano agitando le braccia, si lascia dietro un’aria di sgombero. Dal trambusto emerge una certezza: si dovrà ricorrere al cugino Felice, che se gli rivolgi una parola la ripete canticchiando senza guardarti in faccia e, navigando nel mondo dei suoi gesti misurati ed esatti, conclude nel plauso ogni intervento idraulico, meccanico, elettrico o da esperto contadino apicoltore, com’è il caso. Qualcuno già cavalca una bicicletta a chiamarlo.
Scendo allo strato terreno della famiglia dispersa, tra tavoli mezzo sparecchiati, bucce e bicchieri con impronte di labbra.
Si gironzola. Angiolina sta assorta là in alto sul mio male nascosto, la bocca socchiusa come per un bacio, abbandonata al suo sogno.
Felice, padrone del tempo, compare con la sua orchestra sul palco ancora illuminato del tramonto . Lo precedono in camera, lo seguono. Largo, largo. S’inginocchia in mezzo al turbinìo, schioda un’asse e la rivolta: ecco la bestia, semiaddormentata, semidesta, adagiata fra una trave e l’altra nel suo morbo che si rapprende e pullula. Accanto il cugino si va ricoprendo di pustole alate, si mimetizza con l’animale, come uno sciamano ne assume la voce, ondeggia e incanta, nel mentre ha lasciato in disparte un’arnia vuota, una bella casetta d’illusioni. Immerge adagio le mani nel brulicante contagio, trasfigurato in una sagoma arcaica che attinge l’esca magica del fuoco, ne estrae la grande generatrice, la regina, il suo addome morboso e lo trasferisce nella nuova dimora. Abbandonate il campo, profani.
Da basso ci spartiamo i resti del giorno, nel chiarore cieco, non c’è quasi più nulla di cui ubriacarsi.
Qualcuno vuole sapere come mai, come mai è potuto accadere. Felice cala lì una spiegazione, mordendo il grappolo d’uva strappato alla pergola: una trave lasciata a filo di muro, rosicchiata dal tempo e dall’umidità diventa una porta segreta per il solaio. Risale solitario e ricompare con la sua nuova arnia chiusa, decorato da qualche pecchia ritardataria: potete dare l’assalto al favo!
E infatti corriamo a staccare pezzi di cera come da una pagnotta fresca, alzando le braccia per sottrarre la preda agli opportunisti, impiastricciandoci del miele, che cola fino ai gomiti, la faccia, i vestiti di una giornata dispersa. Va giù nella gola, nelle sacche della notte dove, ormai orbi, danziamo con le nostre ombre.

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