Zhara Julian

a_Julian ZaraJulian Zhara nasce a Durazzo il 21 Maggio 1986. Trasferitosi in Italia all’età di 13 anni, ha all’attivo una pubblicazione, In apnea (Granviale, 2009) con la prefazione di Aldo Vianello. Presente tra i finalisti del Premio Dubito in L’epoca che scrivo, la rivolta che mordo (Agenzia X, 2013). Oltre che poeta, performer è organizzatore culturale di eventi poetici e letterari. Dal marzo 2012 ha iniziato una collaborazione col compositore Ilich Molin e il video-artist Enrico Sambenini per il progetto “Dune”. Scrive per la rivista Blare Out con cui cura anche Andata e Ritorno. Festival di poesia orale e musica digitale. Vive e scrive a Venezia.

L’elefante nella stanza

E io raschiavo i fondali del loro sguardo
interdetto a piene mani,
a piedi congiunti mi ci tuffavo
pronto sempre a fendere indicazioni superiori.
A priori, tutto là dentro
era già definito a priori,
il perimetro delle mansioni:
una filiera di cassonetti aperti in chiave di
fa-bene-che-anche-io-al-posto-suo-farei-lo-stesso,
io al posto suo ho imparato a stare.
Eravamo il gesto ripetuto allo sfinimento
come una masturbazione secolare
di un apparato che non riesce a venire, andare,
e resta appartato nell’immobilità.
Più degli altri percepivo la mia figura distorta
come un tendine infiammato di quel braccio
di ferro storico, rimasto in solitudine
con ruggine e latta di olio
sotto un cielo di mosche e lezzo.
Da un bel pezzo avevo smesso di proiettare
la mia vita sulla facciata dell’anno seguente.
Rimanevo così, inebetito dalla pausa pranzo,
l’aperitivo, ferie a casa davanti al televisore,
non trovavo più alibi all’incedere delle ore
e quando la sera, ero vittima di un leggero tremolio
di giunture, accendevo una canna, poi due,
alla terza le mie paure si trasformavano in vuoto
a due ante, l’armadio si allargava a ospitare
l’elefante nella stanza, ormai stanco
di farmi compagnia, il pusher l’indomani
mi avrebbe procurato del loto,
non mi sarei presentato,
ero troppo affezionato alla mia vigliaccheria.

La carne termometra

Devo dare un ritmo a quest’attesa che mi spreme,
mi succhia il regolare battito del cuore.
Sdraiato sul pavimento, accendo una sigaretta, ipnotizzato
dal flusso del fumo fino al soffitto
e me ne sto come cosa implosa,
paralizzato,
col cervello informicolato,
sospeso su una bolla di lava interiore,
come fossi moltiplicato,
l’ultimo a abbandonare la festa del suo funerale;
sbatto su muri frutto di anni di lavoro,
mi sfascio la testa e mi lascio sanguinare
sciolto nel rivolo di rosso freddo che imbratta il volto
portandolo al di là del vetro.
Svaniscono le lancette, lentamente,
nell’orifizio spazio-temporale dei sogni,
tabacco imperversa a bruciare, protagonista
del rogo che più metafora è lembo
marcio di carne screpolata,
sono la cicatrice dove s’annidano le croste del trapassato.
Arrivo all’ultimo tiro, profondamente
aspiro l’ultima boccata di catrame
finché arrivo al filtro e la bronsa continua
a bruciare tra le grida dei colpevoli
di questa processione tardo-medioevale,
io gioco, gioco a fare la carcassa di tabacco
che brucia in bocca e sparisce,
guardo l’ultimo vagito del corpo
che tengo tra le dita,
prendo il filtro nel suo canto
del cigno che muore col ghigno
di chi muore e non è mai nato,
di scatto lo spengo sull’avambraccio
e tremo, e chiudo gli occhi,
precludo la torsione muscolare in un urlo muto
piango lacrime di libertà che scorrono
il viso, il parquet di legno,
pago il pegno col destino
offrendo l’umore più raro,
dopo anni finalmente ritorno
a piangere per un motivo chiaro.

Ad Alessandro Burbank

Vedi amico, ciò che ci impaglia alla scrivania
a picchiettare i polpastrelli ormai in carne viva,
altro non è che un segno d’uguaglianza, abrasione
da asfalto, condannati a perimetrare a piedi
le periferie del giorno dopo, intaccando
educatamente il mondo, negli aperitivi
dove anche il cielo sembra spruzzato di Campari
e denti con altri denti iniziano una danza
speculare, ed è tutto un ritardare il ritorno
e non rimane che il ritardo in fondo all’ultimo,
per poi andare verso, calciando bottiglie rotte
addosso ai sogni, i cocci esplodere nel vuoto.

Come un dio licenziato dalla gente
Il silenzio, quella bolla d’aria
che si crea tra corpo e corpo,
è uno spazio bianco nel foglio,
una pausa musicale che tiene
sovrapposti i significati primari.
Una maschera senza allegoria
pronta a invadere il volto degli attori
in una scenografia sempre diversa
e quel silenzio ce lo portiamo da tempo
nella tavola apparecchiata per cena,
quel silenzio appena appena sussurrato
i primi giorni di convivenza, messo a tacere
come l’idiota della compagnia,
adesso ha invaso il respiro,
l’ha reso ingombrante
come il secondo preparato per festeggiare
gli anni insieme, secondi solo ai tuoi
sbuffi, provenienti dal fornello vivo
fuoco di momenti da non poter essere più
riscaldati, immangiabili il giorno dopo.
Suonavamo le pietanze in arie di ceramiche e ferro
al ritmo di pane sbriciolato, masticato, deglutito,
suonavamo non più sorrisi, la fretta di mangiare
per poi mangiarci di baci le bocche,
nel presente non siamo rimasti che
verdure lessate nel brodo, galleggianti,
rimaste mosce, insapore,
come un dio licenziato dalla gente.

Sequestrare il mare
Sequestrare il mare nel tramonto
di una partita a pallone,
legarlo a un azzurro che di cielo non ha niente,
sporchi di sabbia un tuffo di corsa e si ritorna;
due tiri e vinco io papà, che mi hai costretto
a significare la felicità con quel pomeriggio
estivo, dall’età di 8 anni alla morte condannato
a ricercare a vita di riprodurre quel momento,
nel ricordo eri contento di farmi vincere
mimando i ko, accusando i miei pugni
divertìti sul petto, immenso, di marmo
così simile ai supereroi, i grugni familiari
erano spariti, la mamma che ci salutava
da lontano e rideva con noi, non potevo
ricambiare al saluto perché i vincitori dei film
non salutano mai. Tu a terra che chiedevi pietà
a stento, trattenendo la tua risata grossa,
contagiosa, un tuono che si espandeva dal petto
a mezzo km di distanza; perché papà perché
hai messo il punto alla mia infanzia
nel suono secco di un grilletto?
Non pensavi che avrei avuto bisogno
di te, dei tuoi silenzi, del tuo musone stanco
quando rincasavi in ritardo,
perché sei stato così egoista, maledetto
bastardo, così succube della tua malattia
che ti avrei curato io, maledetto,
che studiavo tutto il giorno per diventare dottore
in terza elementare, per il mio papà
che più non sorrideva,
non mi sgridava,
non mi parlava,
stava immobile
e non passava il pallone,
non mi dava la buonanotte a letto.
Liberare il mare nel fondale di un pomeriggio,
autunno, l’eco di uno sparo, sordo,
a insegnarmi la rima per un canto muto.
Lasciare andare il mare.
Lasciare andare il mare.
Ma adesso, apri i palmi callosi
delle mani padre;
riferiscimi il mio futuro.
Misurami in ettari
di delusioni la linea retta
che mi separa dal camposanto,
il muro che ci ha divisi l’ho imbrattato
di assenza; è diventato trasparente,
mi sono specchiato nella staffetta
che mi hai trasmesso dallo sperma,
il freno sempre alzato, sempre,
a scostarmi dal treno che passava,
ho rovistato nella discarica dei tuoi
sogni, io ho gettato i miei nel culto
dei doveri, dove sono saltato bambino
caduto adulto.

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