Gusso Rita

Rita Gusso nata a Caorle nel 1956, matura la sua poesia nel
gruppo Majakovskij, un collettivo formato da varie personalità di
diversa estrazione e provenienza che opera attorno a dei progetti
comuni in un amalgama suggestivo di dialetti di frontiera tra Veneto
e Friuli. Con il gruppo Majakovskij ha pubblicato l’antologia “Da un vint
insoterat” ed. Biblioteca dell’Immagine, settembre 2000.
Pubblica nel marzo del 2002 il libro in dialetto caorloto “Tata nana”
ed. Campanotto.
Suoi testi sono apparsi nell’appendice del saggio di L. Zannier,
Poetiche dialettali, ed. Del Bianco, nella rivista letteraria
l’Ippogrifo,e nelle antologie “Notturni Di_versi”, festival della
poesia e delle arti notturne.
Ha inoltre collaborato con il pittore-fotografo Gianni Pignat alla
realizzazione di alcuni libretti (opere uniche) nei quali pittura,
fotografia e parola vicendevolmente si fondono e si interpretano.
Ha interpretato alcune opere della pittrice Natasha Anzil e Guerrino
Dirindin nella collettiva “Verbimago”. Promuove incontri culturali e
informativi di varia natura. Il suo lavoro continua a tutt’oggi
attraverso i suoi scritti e gli spettacoli di poesia a cui partecipa sia
singolarmente che in gruppo.
Ti te dovarìa dirne
mare, cossa se fa de’á
e cuanto a dura l’onda alta
che ne sprussa de vita.
Che soto sto ciel,
che’l gà tanto da lavar
no’ ghe sé più nessun
che co’ noialtri discora
e ne riconossa l’anima.
Te’o gà savûo che ancûo
no’ se se varda più
e lontàn da noialtri se va,
sensa ‘na preghiera
che ne voia ben?
E no’ ghe sé discoràr
o caressa, o moèta
che ne distrachi:
tra l’aver e el ripensarse
no’ podemo fermarse
che’i ne gà rubà el tenpo.
 
Tu dovresti dircelo/ madre, cosa si fa di là/ e quanto dura l’onda alta/ che ci spruzza di vita.// Che sotto questo cielo,/ che ha tanto da lavare/ non c’è più nessuno/ che con noi discorra/ e ci riconosca l’anima.// L’hai saputo che oggi/ non ci si guarda più/ e lontano da noi si va,/ senza una preghiera/ che ci voglia bene?// E non c’è discorrere/ o carezza, o molletta/ che ci distenda:// tra l’avere ed il ripensarsi/ non possiamo fermarci// che ci hanno rubato il tempo.
 
          
        (A Clara)
Cuà séun posto
che no’ se fufigna
co’ del tenaro
che parla discarpinee,
che cuando el ciama
no’ alsa ‘a vose,
cuà parte un tenpo de maree
che ne invòltoa
col so respiro de spumiglia
e se verse grisoi de meraveia,
un distracar che nasse
da ‘na moèna de caòr,
qua se vorìa restar
in ‘sto momento che se sparpagna
(forse soo de paveia),
in ‘sta nina nana che se assa ninoàr.
 
Qui c’è un luogo/ che non si stropiccia/ con del tenero/ che parla senza scarpe,/ che quando chiama/ non alza la voce,/ qui parte un tempo di maree/ che ci avvolge/ col suo respiro di meringa/ e si aprono brividi di meraviglia,/ un riposare che nasce/ da una mollica di calore,/ qui si vorrebbe restare/ in questo momento che si dilata/(forse solo di farfalla),/ in questa nenia che si lascia cullare.
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