Pecchiari Sandro

alla inaugurazione Natalia Bordarenko, Udine 2015Sandro Pecchiari è laureato in Lingue e Letterature Straniere, con una tesi sull’opera poetica di Ted Hughes. Ha pubblicato due raccolte per Samuele Editore di Fanna, Pordenone: Verdi anni (collana Scilla 19, marzo 2012) e Le svelte radici (collana Scilla 33, dicembre 2013).
Ha vinto nel 2009 il primo concorso letterario organizzato nell’ambito della rassegna Oh Poetico Parco di Trieste; i suoi lavori sono apparsi in numerose antologie (fra cui la Collana dei Poeti Contemporanei 2013 e 2014, l’Albanian Antologjive Poetike Universale Korsi e Hapur – Open Lane 2014, Lettere – a te, Samuele Editore) e sono stati presentati al New York City Poetry Festival 2014, alle Residenze Estive 2014 presso il Castello di Duino e a Ritratti di Poesia 2015.
Le sue raccolte sono state presentate nel programma Le parole più Belle a Telecapodistria, Slovenia, nel marzo 2014 e nel febbraio 2015.
È membro della giuria della Festa della Letteratura e della Poesia di Duino e collabora con le riviste Traduzionetradizione (Press Point, Milano) e L’almanacco del Ramo d’Oro (Trieste).

Panta rhei os potamòs

Camaleonte inciso di pianure
e fauci lente di foci,
il golfo oggi
ripercorre i colori delle nubi.
Un falco s’alza.
Alla cautela di perla dell’autunno
intreccio miti antichi
e notizie d’ogni giorno,
saccheggiando il giornale del vicino
fissando immobile mentre tutto scorre.

E scorrendo sul foglio
intreccia alle mie mani
Penelope il coraggio della reclusione
d’una mente invasa,
la mia che scorna, la sua forte d’olivo.

Intenti a dipanare quanto tramato,
la paura e la prudenza, in prudente gioia
aiutandoci a ritessere,
dice che posso, che devo,
che Ulisse verrà alfine,
che siamo ancora pedine nel suo viaggio
e lui nel nostro.

Duino – dal treno

da Sandro Pecchiari, Le Svelte Radici, collana Scilla 34, Samuele editore, dicembre 2013

Abenteuer

…e l’esserci stati riparte dai racconti,
a volte infiorettati fino a sorriderne,
fino a sorprenderci, fino a voler vedere.

Vecchie mappe dipanano visioni
e scambi tra le genti,
misurando il tempo in viadotti e gallerie.

E gli scarni bocconi d’una via che resta
s’avventurano nel sentore di ferro tutt’intorno,
nello scarso schioccare di sterpaglie infrante.

Sovrappongo le carte scolorite sulle schegge
d’un silenzio sbarrato o dipanato
in cancelli o sentieri che si scrollano,
spintonando un’ansia di velocità.

E ti soffiano il vuoto a brandire orme
dentro a una direzione che desideri:
si confondono tutte ormai
in un vasto, confortante labirinto.

Monrupino, Trieste

da Sandro Pecchiari, Le Svelte Radici, collana Scilla 34, Samuele editore, dicembre 2013

Sandro Pecchiari, inedito

Dolina di Percedol

si scendono sassi
mimando l’equilibrio
scivolosi da centinaia d’anni
nella luce che digrada
verso una penombra

di verde e canne secche
l’abbraccio marcescente
della dolina a Percedol
nei mesi conclusivi
– non siamo in due –

ti mettevi su quel tronco collassato
ora di un consunto grigio sale
dove cerco il punto di visione
le frecce dei canti
i cerchi fratti delle rane

schivavano il passo delle scarpe
l’accordarsi
e il disaccordo dei pensieri
il soffermarsi
il muschio s’alza in cupole

mi volto per parlare
come fa un ventriloquo
o in uno sciame di telepatia
ma non ci senti
sei nel rumore lungo delle querce

si pattinava sul ghiaccio qui
prima che nascessimo
risalendo le colline da Trieste
e il posto era una vertigine
di risa e scialli.

Percedol, Trieste

All’Isonzo

Fiume dagli occhi di sabbia ammansito
mi stringo nei capelli che tu sciali
azzurri nel sole – un dio quasi
del mare così steso nella foce
respiri negli assalti di marea
le migrazioni della neve
sempre
animali assumono il tuo flusso
umani legano ai tuoi fianchi dighe
nominandoti nelle nostre tante lingue.

Nelle piene di rami scorticati
più in alto il tuo carattere è crudele
tra le rocce e i gorghi da vertigine
per i rafters che sfidano Cariddi
o una Scilla sotto casa.

Io guardo il tuo decollo gorgogliante
senza nessun attaccamento sfiori
tutte le alghe, tutti i sassi, le sabbie…
Che vuol dire essere te nella pianura
ferito dal tuo lungo verde acceso,
rigogliare ridente nella calma?
E tutto vedere. tutto lasciar andare
e lisciare. e svellere. e nutrire.

Gorizia

da Sandro Pecchiari, Le Svelte Radici, collana Scilla 34, Samuele editore, dicembre 2013

Sandro Pecchiari, inedito

Passaggi

e mi chiedo quanto sia stato
quanti uomini cavalli buoi
e carri e cavalli eserciti
e uomini comuni di fardelli
e il passare, passare per andare
per solcare la pietra e arrotondarla
per andare in luoghi che sono altri nomi
e non per questa strada:
un frammento tra l’erba
e dopo terra e erba e terra

e i cespugli la celano
e mi celano al passare
e i cespugli trattengono nel tempo
pochi metri di millenni

se volessi, non potrei varcare
questa soglia del caso, consumata

sedersi qui permette di venire attraversato
da immagini vento e odori
di terra e erba e terra
e rumori di uomini cavalli buoi
e uomini comuni di fardelli
e l’andare, l’andare.

la via Gemina, Carso

Sandro Pecchiari, inedito

Passaggi a Livello

Eppure il posto è spianato e liscio sotto il sole
in un raggio di strada di pianura.
Ma l’allarme è rivale di cicale se esco
e poggio le braccia intorpidite dal condurmi,
mi poggio pronto nel restare
che la sbarra impone, temporaneo
e mette in riga guidatori di sudore
in incontri casuali.
Fiori dai bordi asfaltati male
una sigaretta nel fuoco dell’attesa
e il volo a schiaffi di farfalle.
Il foglio a righe della ferrovia
con due parole, due telefonini o più e il fischio
nello strappo di rumore nell’aria
cadenzata tra i giunti dei binari
è un vedere a fiotti colori trascinati via
coi volti di gente che guardava
e noi che li guardiamo.
E finisce nel silenzio che mugugna
ancora un poco da lontano
sul cigolio di una via che si apre
prima dello sbattere di porte
sui saluti di nuovo sconosciuti
e motori e dispersione ancora.

Eppure la gente aveva sguardi e mani e anni,
aveva pelli da viaggio, accalorate,
e squarci di pensieri e percezioni
e parole disincagliate nel sostare.
E tutto parla, ma non si sa capire.

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