Catapano Chiara

1507159_10202911121594750_1785543634_nChiara Catapano nasce a Trieste nel ’75. Studia filologia bizantina e viaggia parecchio, fermandosi in Grecia per alcuni anni.
È direttrice assieme allo scrittore Claudio Di Scalzo della rivista on-line di arti pensosità e letterature “Olandese Volante” (www.olandesevolante.com).
Ha pubblicato due libri di poesia – sia come ortonimo, che come eteronimo Rina Rètis.
Collabora ad alcuni progetti editoriali con il Museo della Guerra di Trento, e con gli Stati Uniti.

 

 

 

 

Lettera III

Nel fazzoletto di terra chiamato Hrušica
Ai bordi del Carso interiore
Agitava l’orco Ig la soave voce:
Tutte le giovani contadine cadevano preda
Del canto di Ig.
Ilica, la bella Schneeglöckchen,
Conosceva il raggiro.
Ig prese a piangere, pianse e si disperò
E dalle froge orrende uscì la gelida Bora
Rimpianto dell’amore che Ig
Non riuscì a derubare.

Guarda bene, Zefiro, i tratti dei volti
Intagliati tra il Carso e la Bora:
La vedi l’inquieta malinconia?,
Il corpo che sibila sull’altipiano,
L’iride incandescente che s’avventa
Sulla memoria di Ilica?
Le anime bastonate dal vento
Schioccano banderuole sul golfo,
Contrappasso emotivo a chi nasca
Dal ventre ipogeo del Carso.
Anche il gioco, quando c’è, è amaro
Figliato dallo scacco dei sensi.

(da “Lettere a Zefiro”)

***

La lepre della rivoluzione, conosciuto ch’ebbe il cane della risoluta fedeltà e dell’umana regola
scavarne in cupa esaltazione la tana,
la calda tana dei cuccioli,
l’edicola di radice e il muso dell’apostasia,
provò l’esaltata idealità
della fuga solitaria; del rifugio boschivo; dell’odore di morte tutto intorno a sé.
Dell’idolatria della caccia.
Ebbe a patire la distanza dal nido, ma guadagnò in contingenza e slancio.
Non s’addomesticò, ma si ferì.
Vagò per boschi d’insensata bellezza, tremò dio nello scudo del suo petto,
traducendosi nell’urlo muto di tradita passione.
Era pronta a morire, combattendo
per la posizione assunta dalla sua condizione.
Nessuna pietà alle perverse vie della stirpe, uomo piegato dagli incensi del culto!
La tua croce d’abbandono.
Questa mia preghiera, perfettamente inutile, monodia nel corale pianto, resa appunto sola voce, disseccata disapprovazione. Memoria di passaggi senza nome. Dietro gli ori, i mores maiorum, i tabernacoli imporporati d’imperiali miserie: oh!, i nostri padri!, le nostre madri. Sereni nel sonno, si vocifera. Serenamente chiusi nel loro torpore. A sera entra un’aria, dalla finestra di alabastro: balsamo da cui l’eternità chiusa della stirpe si rianima, e appare scappatoia nel sacro. Breccia per assediati. Sono i passi dell’insonne, dell’infermo, dell’inconsolabile Cristo dinnanzi all’altare del padre. Sono i Labdaco di levistraussiana memoria: padri disabili attraversano i figli col loro veleno. ‘Claudicanterie’ da circo.
Ora è certo, la vita si rinnova altrove. Nel sogno incompiuto, nel primo risveglio turgido d’impressioni rimbalzate da generazioni. La gens e l’appartenenza: la gens e l’apparenza. Il sacro e l’altro suo nome, altro sguardo e riverberi lievi di cicala; trilli allegri, provocati dallo sfregamento della propria ala con l’aria. Proprio canto e proprio volo. La muta pelle abbandonata, verso il più giusto mutamento. La muta pelle del tempo, nel frinire della vita. Non è forse questo il sacro? Oppure per te è in quest’ombra di disordine, la mia fotografia nel riflesso dello specchio: così sfinita, che parevo una morta.
In questa estate ha piovuto tanto (dicono non se ne vedeva una così dal ‘914): dicono porti bene, perché pulisce. Perché arma gli oppressi, perché assolve, se le colpe son quelle chiuse dentro la terra.
(da “La fede della talpa”)

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