Guglielmin Stefano

Stefano Guglielmin è nato nel 1961 a Schio (VI). Laureato in filosofia, insegna lettere presso il locale liceo artistico. Ha pubblicato le sillogi Fascinose estroversioni (1985), Logoshima (1988), come a beato confine (2003), La distanza immedicata / the immedicate rift (2006), il foglio d’arte Il frutto, forse (Arca Felice, 2008), Erosioni, in Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est (Fara, 2008), C’è bufera dentro la madre (2010) ed i saggi Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del Novecento (2001), e Senza riparo. Poesia e finitezza (2009). È presente in alcune antologie, fra le quali Il presente della poesia italiana, curata da C. Dentali e S. Salvi (2006) e Caminos del agua. Antologia de poetas italianos del segundo Novecientos, a cura di E. Reginato (2008). Suoi saggi e poesie sono usciti su numerose riviste italiane ed estere e su siti web. Gestisce il blog di poesia Blanc de ta nuque

Voglio dire
Dal goloso caso delle bambole infermiere
al teleciccia con supercazzola per premio, ma il bello
cari, viene ora, in questa caccia bombarda, in questa
brocca pandora e mortale, che sanguina, leporina
come lebbra o sporta interinale 
da cui mi sverso, radioattivo, come il grappolo
di fave sfatte dal ventre della mummia
e rodo il midollo al verme, non al leone
perché scrivo dopo Calvino, da dove prendo aria 
e spando l’orto ciclamino, che devi intendere
etimologico e diserbato, esasperato, anche
specie se dici “basta!” non per chiudere
o sostare, ma per spaventare e dare verso al volo
visto su forzearmate punto org che spiana la tavola
al pozzo alla diga alla pasta dura di grano
per la famiglia, pare, per l’allegra
compagnia in battaglia, che fa futuro
e libero commercio e qualche altro ossidrico 
esercizio, come la fiamma dell’orzobimba cortigiana 
che scappella il giovine cadetto prima di morire.

Voglio dire: che l’uno e l’altra
che lei cocca e lui soldato, entrambi, voglio dire
che la giovinezza 
è bella scritta sui muri o nemmeno quello
talvolta, se dietro grufola il banale o la sua
controfigura, “di fino oro formata, / e puro argento 
le braccia e il petto”, tutta ociciornie e letame
nel suo mondo di bragia, la controfigura, nintendo 
quella cosa sfatta di dietro, rosa, marcia
liquescente, la pornopalus di madama edwarda 
ma senza dio senza scandalo che salvi, solo pezza
cauterina e consol, solo brezza. Per questo dico no
alla foresta di sandali, al postgoverno
e no alla salvia che indora, all’amore per Lotte 
quando frigna, a quel buio sentire spaesato 
che smette l’acido in bocca e consola.

Batto invece il tempo con i chiodi 
e cerco rime sopraffine come nice / camice
ano / gozzano per fare festa freudiana e ancora
godere della parola fantola, senza lacrima, però
ma crudele, forse, e malata perché vera perché
schiava. E poi, sia detto con chiarezza
rompe di più Caparezza, l’effervescenza
della sua catena non interrotta di motti, o l’odore
lungo del pastore, lurido d’erbe e d’animali
che la poesia civile, oggi …

[…]
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