Iacovella Nino

a_Nino09Nino Iacovella è nato a Guardiagrele nel 1968. Ha pubblicato una prima raccolta di poesie nel 2001 Ballate di un giorno solo e della notte (ExCogita Editore, Milano), seguito da Latitudini delle braccia, (deComporre edizioni nel 2013). Dal 2011 al 2013 ha fatto parte della redazione de Il Monte Analogo, rivista di poesia e ricerca. E’ tra i redattori e fondatori del blog di poesia e resistenza umana “Perigeion”.

 

da “Prima delle parole” inedito

Il respiro della pianura varcava
i tramonti in bilico, nelle albe rapide
sulla macchia scura dei campi
Lì apparve in lontananza la lunga coda degli umani,
nomadi in cerca di nuova terra
Avevano il sale tra le labbra, portavano in spalla le radici
di una pianta chiamata dolore
Con le mani raccolsero il seme della pietra
per nasconderla dietro la schiena
Come sogni, forme nella nebbia,
la prime parole bruciarono il fiato
per chiamare il fuoco

*

La lunga carovana di notti e giorni
giunse al riposo
Uomini nella nudità di un solco sulla terra.
Accampati tra le ferite del tempo
erigevano strutture fragili,
recintando le cose che non avevano
ancora un nome
Avrebbero seminato nascite
dai bivacchi: corpi uniti per tenere
alta la fiamma del calore
Bocca a bocca, con le lingue a toccarsi,
nudi in uno spazio di silenzi
dove si sperdeva anche la morte

*

Nella battuta di caccia, il corpo della sua donna
si stagliava in ogni punto della radura
Pensava alla parola amore prima di saperla sulla bocca
Quando la bestia ferita sibilava ancora la vita,
dal colpo secco dell’ascia che tagliò il silenzio
lui guardò la preda negli occhi:
un cucciolo dalla piccola testa
e dalle piccole le zampe
Fu allora che si inginocchiò a terra
per carezzarla come un figlio
al quale stesse per mancare il respiro

*

da “Lande” inedito

Ad occhi aperti dinanzi alla pianura
carezzi la sua lingua sconosciuta
Questa è una terra che ci segna:
il dito punta all’orizzonte che sfuma
La linea è continua, anche quando inciampa
sulla soglia del dirupo

*

L’uomo trattenne il sapore delle parole,
il gesto del braccio che sparge il seme
in una terra bianca
Arenato nel fondale calmo della pianura
chiara è la sua ombra poggiata sulla nebbia,
come un passo sulla neve morbida
restituisce al silenzio un suono

*

Con il corpo piegato dalla fatica
l’uomo pensava a quel miracolo
di terra scavata tra la nebbia
e il rumore nudo dell’acqua
Seduto sulla pietra del riposo,
con una enorme macchina agricola
dalla pelle squamata, che taceva
il proprio canto sgraziato
Come bestie fiaccate dal tempo
l’uomo e la macchina sarebbero presto risorti
dal frastuono cavo di un ricordo
e richiuso la porta del vuoto attorno ai campi

*

Guardiamo il cielo aprirsi sul nostro tremore,
la nudità del paesaggio che chiama in rassegna
uccelli disorientati in un cielo vuoto
Nel freddo siamo la carne che rimpolpa
le mascelle della terra
L’acqua del fiume in cerca della foce
scivola nell’ordine della natura,
l’unica direzione che la pianura sa dare

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