Segato Fulvio

Fulvio-SegatoFulvio Segato, sono nato a Trieste nel ’59, città dove lavoro presso una scuola pubblica.
Negli anni ottanta ho pubblicato due sillogi di poesia: “I canti della Fenice” e “Io, Narciso”.
E’ uscita nel 2013 la silloge “Vocativi in eco” dell’editrice Helicon quale premio del concorso Casentino.

Apro le finestre delle stanze

Apro le finestre delle stanze,
cammino con calma da una
all’altra, come se ne avessi di tempo,
come se non avessi sprecato nulla,
né un minuto né un secondo.
Non ho le scarpe, fanno rumore,
e un vestito leggero che si muove
quando il vento muove anche le foglie.
Se incontro qualcuno faccio un gesto
col palmo alzato, un saluto di fretta
poi avanti in un’altra camera
in cerca di un altro odore che
non sia di fradicio o marcio o polvere.
E’ nella cucina che passo più tempo
perché qui più tempo mi è passato addosso,
lasciando le sue macchie d’umido
negli angoli alti vicino al soffitto
vicino alla lampada di luce perfetta senza ombre.
Nessun rimpianto, niente è stato sprecato.
Gli armadi hanno le porte sigillate
di legno scuro senza nodi. Anche se chiudo gli occhi
so trovare la stanza con la sedia nel centro,
so dove sedermi, so dove orientare il viso
e so che oltre quel muro c’è la piazza
dove scialai la fretta di vivere
e se tendo l’orecchio posso sentire
quel brusio, quelle chiacchiere indistinte
come l’acciottolarsi di sassi umidi in riva,
quella sensazione triste d’essere lavato,
di non essere stato lì, al centro del bosco,
quando cominciò la prima raffica e tutto
iniziò a muoversi con una follia di verde.

La piova

Vien zo tuta d’un colpo sta piova
con le ioze drite che par le pesi
più de un toco de fero, de piombo.
La fa le striche drite perfete, la taia
el ziel in tanti tochi, de le righe,
e anche le case, i do alberi in fondo,
tuto taiado par co’ un cortel
ma de quei ben afiladi,
quei che usa i bekeri quando
i spolpa un toco de carne, che i meti
la parte bona de una parte,
e le altre i le buta soto el banco,
in un stagnaco de lata. Là dentro
ghe xe tochi de polmoni,
ossi roti, denti e nervi.
E cussì mi, e cussì noi
co’ sta lama de piova,
cussì quela dona che me guarda visavì
de la finestra, anche ela taiada, come mi,
ma nel stagnaco xe le nostre anime,
un toco de gola e de lingua
che no semo rivadi mai a parlarse,
a dirse che dopo ‘sto temporal,
lazò in fondo ghe sarà el fogonar del sol,
e tute le robe lassade un poco sghembe,
come se qualchedun che no vedemo
se gavessi fato strada in mezo a noi.

Viene giù tutta d’un colpo questa pioggia/con le gocce dritte che sembra pesino/più di un pezzo di ferro, di piombo./Fa le strisce dritte perfette, taglia/il cielo in tanti pezzi, delle righe/e anche le case, i due alberi in fondo/tutto tagliato sembra con un coltello/ma di quelli ben affilati/quelli che usano i macellai quando/spolpano un pezzo di carne, e mettono/la parte buona da una parte/e le altre le buttano sotto il banco/in un secchio di latta. Là dentro/ci sono pezzi di polmoni/ossi rotti, denti e nervi./ E così io e così noi/con questa lama di pioggia/così quella donna che mi guarda di fronte/dalla finestra,anche lei tagliata, come me/ma nel secchio ci sono le nostre anime,/un pezzo di gola e di lingua/che non siamo mai riusciti a parlarci,/a dirci che dopo questo temporale,/laggiù in fondo ci sarà l’incendio del sole,/e tutte le cose lasciate un poco sghembe,/come se qualcuno che non vediamo/si fosse fatto strada in mezzo a noi.

Le campane

Ora è l’inverno qui, qui in questa città
non c’è neve in questo inverno
non c’è gelo in questo inverno,
i fiumi sono secchi, resta il letto
il letto fatto di sassi arrotondati che
corre tutto intorno a questa città,
è solitario questo letto, due o tre
ceppi incagliati, due o tre macchie
d’erba di fiume, due o tre uccelli che
volano in tondo e trovano uno stecco, in alto,
dove appoggiarsi e guardare.
Guardiamo questa città.
Mangia quello che devi mangiare
porta il cucchiaio alla bocca e mangia,
non puoi parlare mentre mastichi
ma lo senti il suono delle campane,
le campane che suonano anche per il fiume
anche per i pesci che c’erano in quel fiume,
anche per i vestiti malamente piegati
lasciati sulla riva, incastrati fra i rovi,
come fossero bandiere le canottiere bianche
le sottane rosse, le scarpe, i sandali,
suona la campana mentre mangi, la tua bocca
non può dire, lo fa la campana, ci spiega la storia
la storia che andavamo al fiume a bagnarci e
vedevamo i pesci nell’acqua come specchio, ora
è la campana lo specchio, ci vediamo dentro
il suo bronzo, se facciamo attenzione ci vediamo,
vediamo tutta la città e il fiume
e dentro il cucchiaio li vediamo
e l’inverno senza gelo vediamo
e vediamo il gelo dell’inverno
senza la neve.

La scatola rossa di scarpe.

Se io avessi fatto tutto questo prima,
nel tempo in cui andava fatto e se
tu avessi tenuto tutto in una rossa
scatola di scarpe, tutto il mio fare
verso di te, i ponti instabili che
gettavo, di legno bagnato e sottile –
o le cose immaginate – se avessi tenuto,
cose fatte di steli e di fili
o quelle di piume e girovoli
o quelle ancora più fantastiche come
le nuvole o la nebbia, la neve –
se le avessi raccolte e messe
lì dentro dove sai
adesso le avresti lette alzando
il coperchio, e avresti sorriso
togliendoti gli occhiali
e ricordato come io ero
e tu e io ricordando come
eravamo insieme, padre.

Siamo in quel fruscio nuvolo

siamo in quel fruscio nuvolo
quello conosciuto dalle rondini,
che lo portano sottopenna quando
se ne vanno e salutano coi loro
stridori di gomma sull’asfalto,
una riga dritta verticale
segnata fino al cielo.
Così capitano le cose.
e siediti vicino a me
per un poco, che si colleghino
i cerchi e le storture e
i tremori che ci hanno
lasciati a terra a volte feriti,
strappati dalle illusioni coltivate
con terra grassa, coi viola
dei cardi ancora infissi nelle pelli.
Non serve parlare, non più
le sillabe ci diranno qualcosa di nuovo,
le rondini, solo loro, sanno quanto
è grande il silenzio, quanto
bisogna volare per toccare
l’orlo del mare e quell’altro
azzurro, aereo, respirato.

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