Lazar Monika

tn_lazarè nata 1967 vive a Tolmin. Ha frequentato la scuola di disegno a Ljubljana, diplomandosi disegnatrcie di grafica. Dopo due anni di studi all’Accademia delle Belle Arti a Venezia, interotti gli studi si trasferisce per tre a Londra. Sposata a Kobarid (Caporetto), ha due figlie, con marito gestisce il campeggio Lazar, dove ha organizato festival di marionette, di cortometraggi, di poesia (in co-organizazione con riviste letterarie slovene – Apokalipsa e Poetikon). Ha ripreso gli studi di Belle Arti Ljubljana. Per la rivista Primorska srečanja ho tradotto dal inglese alcuni testi del poeta Sufi – Rumi, sua prima traduzione in sloveno. Nell 2005 presso Literarni club Tolmin (asociazzione letteraria di Tolmino) ha pubblicato le poesie Nekdo kliče (Qualcuno sta chiamando).
Nascosta da me stessa,
come il mormorio del fiume
nel guardarlo.
Tutti gli uccelli tornano a casa
dopo aver fatto il giro dei dolori.
Lungo il muro del mattino
il lupo corre, cercando le tracce.
Prima che si apra la finestra,
fugge insieme all’ultima aurora oscura.
Il fiume schiarisce dai sogni cupi,
nello sguardo mi irradia.

Qui stava accucciato un capriolo
dentro morbidi angoli di sonno.
Giri di luna
con la guancia al vento.
Sto visitando.
Il sovrapporsi dei ricordi
con il brivido delle notti del pino
fino al mattino
quando svapora il nostro aroma.
La guancia sinistra cerca il buio
nel volo del falco,
l’occhio destro fissa.
Ti prego,
andiamo.

La mano d’argento
custodisce i movimenti.
Ondulata,
dirige secondo ordini.
Fuggente ferro per fili d’argento,
senza posa (instancabilmente) intreccia l’invisibile,
annuncio per certi occhi.
La trama di tendini nella mano
compone armoniosa un cantico del silenzio.
La mano davanti a me
trattiene e rilascia volontà straniere.
Fuori dalla rete dilegua
nel triangolo di quegli occhi,
nel buio, nel disperdersi.
La mano che mi liscia,
la mano che ti liscia,
la mano che ci protegge,
quando disarmati cadiamo.

Dipingo ascoltando.
Il grande orecchio
cattura il silenzio.
Guardiamo.
Io
e io…
Nel bosco buio
di alberi esausti.
Le radici vogliono fuggire
come serpenti.
Serpenti buoni.

Il mio corpo è presente.
L’attimo dopo non più.
Nuoto tra gli alberi come
una triste nebbia autunnale.
Voglio veramente
Vedere.

Ho un occhio.
L’altro è il tuo.

Nel fiume tra gli orecchi
c’è un’entrata.
Sul fondo
del pozzo un occhio –
alla fine
dello sguardo
il cielo.

Il riflesso dell’occhio si spezza,
come nuvole
solitarie che dissolvono
e passano al cielo infinito.

Punto d’ascolto.

Tutti i fiori sono perfetti,
quando apparecchiano il proprio breve tempo.
La porta aperta sulla notte nera,
dove esita il gatto.
Il bacio verdenebbia della luna.
Nel mezzo del giardino dormiente
creature incolori profumano
nella loro vita di seta.
Quasi senza onde,
la presenza di un raro battito.
La panca nel crepuscolo non esiste
senza il mio stare seduta.
Senza sguardo.
Profumo senza fiori,
profumo nella notte
del breve tempo.
Un battito e
l’inspirare incompiuto.

Silenzio

La foglia caduta naviga
all’apparenza senza uno schema
qua e là
giù
come se per un istante si fermasse.
Conosco questa porta.
E distesa sulla superficie del nero
una inaudita connessione
scorre come il sole quando bacia la terra.
Entra!

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