Lorenzini Luigina

rid_luigina foto bnLuigina Lorenzini
Nata nel giugno 1972, abita a Pielungo di Vito d’Asio (PN).
Scrive per dare respiro alla sua anima. Ha partecipato a serate e mostre, a letture e raccolte di poesie con i Poeti della Val d’Arzino, a trasmissioni radio e TV, ha ottenuto riconoscimenti in numerosi concorsi letterari regionali e nazionali. Scrive in italiano e in friulano asìno.
Nel giugno 2008 è uscito il suo primo libro Pavéa un’eštât – La luna tal codâr, scritto a quattro “ali” assieme a Fernando Gerometta (Edizioni Omino Rosso, PN). A giugno 2009 è stata presentata la sua raccolta di poesie In cerca di falsamente spietata verità” (Ellerani Editore), vincitrice ex aequo del premio San Vito 2008. Suoi testi sono apparsi sull’antologia Tiara di Cunfìn (Biblioteca Civica di Pordenone, 2011), nel catalogo L’Idea e la forma – gli manca solo la parola (2012), nei libri Dagli occhi al cuore e Acqua Aria Terra Fuoco, nelle antologie Notturni di_versi – L’ozio e Notturni di_versi – La Crisi, Piccole storie d’aria Premio Culturaglobale, Premi Sant Antoni, Artiscj di ca e di là da l’aga, Agenda Friulana, Clapadoria Peravoladoria, Il Barbacan.
Sempre assieme a Fernando Gerometta ha scritto e interpretato i testi degli spettacoli Tutto l’azzurro del cielo in un unico filo d’erba, DiaLogos e Su la puarta da la not, e scritto i testi delle canzoni giunte in finale al Premi Friûl 2009, al Festival della Canzone Friulana 2010 e vincitrice del premio CEM – Scrivere in musica 2010.
L’inchiostro che non stende sul bianco del foglio brilla sul bianco dei suoi occhi.

 

 

ŠPIANT TAL BOMBŠ

Il rumùar da l’âga.
Il sunâ di un riu
sul bruî dal Ar∫ìn:
a noi ši mešedan.

Ai colan flocš.
Ai ši piert par cjera.
Gotas
as reštan tacadas
tor las pontas dai ramaz
as deventan lignas.

Il štoc di un floc
tor la mê ombrena:
a no fâš rumuar
la niaf c’a ši poia tai claš.
Un floc ridint al ven jù a zig zag
šmenant la šchena.
Chel âti al passa via dret: “Rivât! Prin!”

Da un čoc di zesâr muart
un biel fonc blanc al šponta
coma anima
a forma di nivula.

Doi cjavroi ai traviersan l’âga
dal Ar∫ìn:
tal mieč dai flocš c’ai colan
doi pontuts blancš ai saltan
su, par trois
co noma luar ai san.

SBIRCIANDO NELLA BAMBAGIA
Il rumore dell’acqua. / Lo squillare di un ruscello / sul ruggire dell’Arzino: / non si (con)fondono. // Cadono fiocchi. / Si perdono in terra. / Gocce / restano attaccate / alle punte dei rami / diventano / perle. // La stoccata di un fiocco / sul mio ombrello: / non fa rumore / la neve che si posa sui sassi. //
Un fiocco ridendo scende a zig zag / scodinzolando. / L’altro passa giù dritto: “Arrivato! Primo!” // Da un ceppo di ciliegio morto / un bel fungo bianco spunta / come anima / a forma di nuvola. // Due caprioli attraversano l’acqua / dell’Arzino: / fra i fiocchi che cadono / due puntini bianchi saltano / su, per sentieri / che solo loro sanno.

 

 

CORRENDO
Su strade di cemento
non tracciate da noi

Ciuffi di bambagia
i cespugli ai bordi della ferrovia
sotto un sole contrario

il vecchio lungo sedeva
dipinto di grigio sull’orlo della strada
dietro, un prato di settembre

una bambina piccola e rosa
alta fino alle sue ginocchia
socchiuse,

è piu facile, a volte
vedere la bellezza da fuori.

 

 

’TANT C’AL RIVA IL CAFÉ

Cjàlal cui sia vùai, il mont.
Ìa a é lontana.
Cuatri cjasas di là di un’âga
di cualchi banda, šviers Mišdì
Una faméa forzit
cjera rossa, bru∫ada.
E a ši é cjatada uchì
mieštis vištîts intor
c’ai la fa∫in štrana
– musa lungja, špičota
fada regjina maya –
a šcoltâ ordens di int par ìa fôr dal mont.
A no l’à su cun lùar, noma a ši é cjatada uì
cenča capî, forzit
e cimuat c’a po
a va indenant.

Al tavulin
tu tu la cjalas, e tu rits
– vùai di celešt e lûš.
Parcé?

ASPETTANDO IL CAFFE’

Guardalo con i suoi occhi, il mondo./ Lei è lontana./Quattro case al di là di un oceano/ da qualche parte, a Sud/ Una famiglia forse/ terra rossa, bruciata./
E si è ritrovata qui, familiari vestiti addosso/ che la fanno (apparire) strana/ – viso lungo, appuntito/ fata regina maya – ad ascoltare richieste di gente per lei incredibile./ Non ce l’ha con loro, solo si è ritrovata lì/ senza capire, forse/ e come può/ va avanti.
Al tavolino/ tu la guardi, e ridi/ – occhi d‘azzurro e luce./
Perché?

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