Di Corcia Laura

Laura Di Corcia

Laura Di Corcia

 

Una volta conseguita la laurea in lettere moderne a Milano, Laura Di Corcia ha iniziato a frequentare il mondo del giornalismo, con uno stage nel settore cultura alla Provincia di Como e un praticantato di due anni al Giornale del Popolo, dove si è occupata di cronaca locale.

Dopo un paio di esperienze all’estero (a Berlino e a Los Angeles) è ritornata nella Svizzera italiana dove lavora come giornalista free lance per i giornali “La Provincia di Como” e il “Corriere del Ticino” e altre testate ticinesi e italiane, intervistando diversi personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo, come Alberto Asor Rosa, Massimo Cacciari, Giancarlo Majorino, Walter Siti, Maria Luisa Spaziani, Patrizia Cavalli, Patrizia Valduga, Dario Fo, Paolo Villaggio, Vinicio Capossela, Claudio Santamaria, ecc. Scrive anche recensioni di libri e spettacoli teatrali.

è autrice di poesie. Ha frequentato diversi seminari di teatro con attori come Sandro Lombardi e Lucilla Giagnoni e partecipa spesso a reading e incontri in cui presenta i suoi scritti. Ha collaborato attivamente al Festival Chiassoletteraria, per cui ha curato il blog (chiassoletteraria.worpress.com). È stata inserita nel programma Parolario 2011 come poetessa del giorno e ha partecipato nell’estate del 2012 al Festival itinerante internazionale di poesia a Cormons, nel Friuli. Alcune sue poesie sono state pubblicate nel sito dell’evento e sulla rivista on line http://www.tornogiovedì.it.

Ha collaborato con Fabiano Alborghetti al programma di poesia sulla webradio ticinese Radio Gwendalyn.

 

 

Non possiamo permetterci

i ritorni: la teleologia ce lo vieta.

 

Viviamo appesi a un dramma,

un’idea fissa ci perseguita:

a stento ci liberiamo

degli incubi di vetro.

 

Uno degli errori più grandi

è perdere la logica,

diventare bolle di sapone.

 

Ma io ti dico: in questo c’è verità.

 

Ho conosciuti poeti

che cantavano di stelle

e nella vita erano troie gemelle.

 

E’ nell’infinito delle viole

che arriva, puntuale

la pugnalata del cielo.

 

 

 

 

 

 

 

Non è il tuo silenzio che mi pesa

ma il mio misero canto di lupa impazzita:

con te posso dimenticarmi di me

o riscoprirmi più lucida, ricoprire di smalto i fondali.

 

Voglio sparire, mio caro, quel che cerco in te

se non lo hai capito, è la mia morte:

la dimenticanza, l’oblio vaporoso

che sia in mare o in lago, non importa:

non importa davvero se sarà il vento

ad aprire porte tra il sale e il niente

o un mio controllato tentativo – un impulso che mi sale da non so dove – il trionfo del brodo amniotico – la bolla che viene dal piede

 

davvero, non cambia la spiegazione razionale, non sfiora la sostanza – il fatto che ci immergiamo, che vogliamo che l’acqua ci riempia i polmoni – (che scivoliamo)

 

Credimi, amore mio, mia speranza, mia fede, proiezione di ansia infinita – elastico di senso, girotondo di spazi e di voci, mia rosa di piombo:

 

è che siamo in attesa del tuffo:

(patiamo il richiamo dell’imbuto).

 

 

 

 

 

 

 

 

Il confine fra chi sono e chi non sono

è una palude larghissima,

una radura di acque di zolfo.

Di notte, se stai in silenzio,

il gre gre di ranelle ti sale fino in gola,

ti si appioppa nel cuore

come un colpo di pistola.

E provaci tu a tenerle zitte,

quelle mezze belve,

a sfibrare il loro lamento di fango.

 

Tutto è di un liquido

che sfianca la materia

sciorina versi indecenti

da farti tremare di nausea.

 

Il fluido di stelle

è un mal di testa che non dico

un sogno di quelli

che puoi fare solo in aprile,

in mezzo alla notte,

come un sole d’agosto

che gli dici; no, grazie, è troppo.

 

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