Dago Manuela

Manuela Dago

Manuela Dago

Manuela Dago è nata in Friuli nel 1978.
Da alcuni anni vive a Milano.
Collabora alla realizzazione della rassegna di poesia I Mercoledì del Cerizza e ha un proprio blog:
Parole a credito (http://manueladago.blogspot.com/).
Ha dato vita, insieme a Francesca Genti, al progetto Sartoria Utopia, piccola casa editrice di libri cuciti a mano.

 


Edizioni Culturaglobale, Cormòns (GO)
versi_diversi
Collana di Poesia Contemporanea
ISBN 978-88-95384-20-7

Stanno in un respiro e in taglio queste poesie di un mare piccolo
Manuela Dago. Nel punto esatto dove il suono
pronunciato della parola scritta cerca il canto.
Dove la percezione cambia, se il viaggio è uno
sguardo in movimento.
Qui, riga dopo riga, la carnalità è la rima più bella.
Da intonare, da inventare.
Giovanni Fierro

Un mare piccolo
Sembri una pozza d’acqua
nel panico
in una giornata di sole.
Volevi mareggiate
un giorno
sei rimasto goccia
in un giorno.
Puoi vederla così
farti bastare
sei solo
un mare

piccolo
piccolo
piccolo

 

 

Profondo quotidiano
E’ un pozzo
il quotidiano
è un pozzo
dove stiamo
scivolando
con una mano
che cerca un’altra
e con la bocca
un’altra bocca chiamo.

Infinito
profondo
quotidiano.

Dove bellezza
è ancora per noi
dove bellezza
si offre come amo
allo schiudere della bocca
e strappa un labbro
alla certezza
che tutto è
quel poco che vediamo.

E’ un pozzo
il quotidiano
è un pozzo
infinito
profondo
quotidiano.

 

 

Lacrime da allevamento

E se invece di lacrime
piangessimo guance?

Guance sbattute giù come bistecche
cavalli manzi e buoi interi
schiaffati al suolo inermi
molli e senza l’osso.
Carne cruda sana
macinata fine
dal macellaio sottocasa
che ti mandava a comprare tua madre
quando lei era malata.

Lacrime da allevamento
cresciute dentro
foraggiate dai barlumi di dolcezza
della vita che matura
e si ripara tra le sponde dei letti
sempre sproporzionati
ai nostri desideri.

Non sai fino in fondo cosa mangi
e non sai fino in fondo cosa piangi.

 

 

Nord-est

Nord-est scardinato
e insonne nei tuoi figli
in parenti e in pareti hai calcolato le distanze
e li hai spinti più lontano

hai avuto torto a dirti morto:
la miseria non attacca il nostro senso di appartenenza
(e non è mai veramente miseria)

attacca quello che si può toccare
come i capannoni
le fabbriche trasformate in centri commerciali
le strade ingrossate
sulle spinte da ovest
telecomandate.

Salgo in treno e la febbre mi sale
ho un po’ di nausea
sarà questo dondolare

dal mio piccolo paese
e dal mio piccolo guscio
ho saputo sempre restare fuori

passare tra i filari con occhi tremuli
mentre la velocità aumenta
mentre qui non cade una foglia
tutto attorno è un terremoto oltreoceano.

Il mio treno è sempre in ritardo
e così io non lo perdo.
Lascio la stazione
sui binari che i miei occhi al neon
tracciano nella sera.
Guardare dal finestrino è un rito

Vicino alle stazioni
ci sono sempre cumuli di macerie
e vecchi edifici abbandonati
poi inizia la campagna
attraversata dai cavalcavia.
C’è una latteria
capisco di essere a Torviscosa.
Le case hanno gli occhi semichiusi
la gente sta pensando al letargo
e le cucce sono vuote
perchè i cani sono già
ai piedi del letto.
Si avvicina la fine dell’anno
e io accuso i colpi
dei petardi di Capodanno
dell’anno scorso
in gran ritardo.
Mi stanco a pensare
sempre alle stesse cose
ma il paesaggio è un rito
stazione dopo stazione
macerie sopra macerie.

 

 
A chi noi siamo

Gli accatastati a Milano
in pile in file
respiriamo piano l’aria sottile
pesante di polvere
e ben che ti vada
è l’unica passante a cui chiedere strada
stretta in questa polveriera
che le bombe stanno tutte nei parchi
sotto terra come i morti
noi le unghie per cercarle
noi le lingue per chiamarle.

 

 
Amore e dis-Astrologia

Ho bisogno di un fidanzato
di un amore
di un corpo del reato
di un corpo qualsiasi
anche celeste
su cui commettere peccato
purchè sia ben pettinato
non ostile al mio incarnato
potenzialmente un segno di fuoco
che mi scaldi d’inverno
sicuramente fresco d’estate
un segno d’aria
un uomo alato
al lato del letto disoccupato
gran lavoratore
sempre impegnato
a far girare le girandole sul tetto
a spettinarmi le piume del petto.

 

 

 

Mi estendo attraverso la pianura
tra i miei occhi scorre un fiume
sono un tappeto di natura.

 

 
Io ho bisogno di molte primavere
e estati
solo stagioni intere
e in generale
solo cose vere.

 

 

 

Mentre fuori nevica
immaginarsi dentro a un certo affare
giocare con un orecchino
guardando dalla finestra
in alto verso uno spiraglio di muro del vicino
pensare alle occasioni perse
o se ne hai mai hai avute veramente

Quando squilla il telefono
rispondi educatamente
che no, non c’è nessuno
(e nemmeno tu sei presente)
e se ti è passata la poesia
ormai te ne frega niente.

 

 
Di cosa è piena la luna quando è piena?

Di Teste vuote volanti
incastrate una all’altra
nel cielo di un “buonasera signorina!”
con gambe segate
fianchi seduti
e braccia slegate.
Di violini
di una alta concentrazione di mandolini
del vapore di tutte le cucine
di promesse mantenute in ritardo.

E’ una bolla d’aria
nel cielo d’arsenico.

 

 

E’ possibile credere di aver già detto tutto sulla solitudine?

Niente mi sembra più nuovo
nemmeno la solitudine
la solitudine è sempre uguale
tu stai lì
e lei anche
e vi guardate
e ti sembra di non avere un cazzo da dirle
e più ci pensi e più ti rendi conto che è così
anche lei si annoia a stare sola con te
e tu pure.
Allora ti dici:
vabbè provo a scriverci sopra qualche cosa
ma niente
è talmente beige
la solitudine
che ti lascia così
senza parole
e allora
a un certo punto ti rendi conto che ti ha lasciato pure lei:
ma sì vaffanculo
sto bene anche da sola!

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