Maurizio Benedetti con Burtone e Barzan il 18 marzo al Caucigh


tn_benedettiVenerdì 18 marzo ore 21.00 Al Caucigh
Poesie di Maurizio Benedetti
e lo spettacolo JANNACCI EDiO di e con Rocco Burtone, alle tastiere il M° Arno Barzan
Un incontro-scontro con uno dei più importanti cantautori italiani. Ma Jannacci non è stato solo un cantautore, perché ha smosso con le sue parole la coscienza dell’Italia bella e addormentata.
Lo spettacolo ripercorre le tappe e i brani più importanti dell’artista con intrecci di parole e musiche in un continuo divenire di comicità ed emozioni, perché Jannacci era l’insieme di tanti talenti: teatrale, musicale, poetico, paradossale, incoerente, folle, bambino… e Burtone ci mette anche del suo.

Benedetti Maurizio
è nato a Berna il 17-9-1968 e vive ad Ara Grande, frazione di Tricesimo (UD). Ha pubblicato nel 2006 la raccolta breve “Lontano da chi ascolta” per l’editore “Sottomondo” di Gorizia e, sempre per il medesimo editore, il libro “So distruggere il mio dio” nel 2008. Nel 2010 ha pubblicato per l’editore “Kappa vù” di Udine il libro “Bionda salamandra e altre poesie”. Ha fatto parte della redazione della rivista “Corrispondenze & Lingue Poetiche” edita dalla Kappa Vu di Udine e partecipa con continuità a letture pubbliche dei suoi testi. È direttore Artistico del Festival di poesia “PoetARE”, che si tiene annualmente dal 2008 ad Ara di Tricesimo. Nel 2009 ha vinto il “Trieste poetry slam” e si è classificato secondo assoluto al Premio Nazionale di poesia per inediti “Ossi di seppia” che prevede la pubblicazione su antologia per i primi quattro autori classificati.

La personalità di Benedetti traspare con prepotenza dai suoi testi poetici, che già dalla prima lettura appaiono strutturati su uno stile decisamente originale. Come giustamente nota Antonella Sbuelz nella sua postfazione la sua opera prima, “So distruggere il mio dio” ed. Sottomondo Gorizia, emerge il quadro di un mondo raddensato e imploso nel suo rifiuto di un unico centro, e lo fa attraverso una lingua onirica, a tratti frammentata, a tratti cristallina. Nei testi si succedono immagini ed associazioni ai limiti dello sperimentalismo e del surrealismo, “”passeggino senza cranio/ tegoline di carbonio”, “l’incantesimo ormonale che profana le tue tombe”, “biciclette da parati / su nuvole d’anguilla”, per citare solo alcuni fra gli innumerevoli esempi. Se l’effetto spiazzante di questa scrittura è da subito notevole, sarebbe però errato limitare la poesia di Benedetti ad un esercizio ben riuscito di associazioni improbabili. Dietro ad esse infatti è presente ed evidente un lavoro di costruzione del verso importante, sia dal punto di vista ritmico, che da quello dei contenuti. La scrittura diventa uno strumento per evidenziare, in modo a volte paradossale, le incongruenze del reale, scavare nel mondo dell’incomunicabilità, o addentrarsi ai limiti di quella che non è esagerato definire protesta sociale. Viva è infatti la denuncia di un tempo che vive per serializzare, dove gli individui si perdono nella moltitudine di stimoli del sentire collettivo, mentre il tessuto sociale “non pensa alla catastrofe se l’uomo è indifferente”. Ecco allora che Benedetti utilizza la sua capacità innata di superare le apparenze per testi che si configurano come autentica opera di meditazione e scavo, e la sua ricerca diventa espressione di una umanità che si libera delle costruzioni che la incrostano per riappropriarsi dell’individualità pensante, del “buio distillato / che solo la tua mente / sa togliere dal mare”. Francesco Tomada

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