Grande serata di Poesia e Musica a Pozzuolo del Friuli


Il Festival si ferma giovedì 30 giugno a Pozzuolo del Friuli, in una serata poeticamente e musicalmente molto interessante, voluta dal Comune, a metà del suo lungo percorso, che dopo i passaggi in Austria, Repubblica Ceca, Slovenia, Croazia e Italia, terminerà in settembre a Redipuglia.
Alle ore 21.00, presso “Le frascje dal Garbin”, si assisterà alle letture di Maurizio Mattiuzza, Cristina Micelli, Maurizio Benedetti, Francesco Tomada e Giovanni Fierro. La serata, a partecipazione gratuita, sarà arricchita dalla stupenda voce di Barbara Errico accompagnata dalla chitarra di Alessandro Cittolini Morassutti.
la biografia dei poeti

Francesco Tomada è nato nel 1966 e vive a Gorizia. Dalla metà degli anni novanta ha partecipato a letture ed incontri nazionali ed internazionali, così come a trasmissioni radiofoniche e televisive in Italia e all’estero. I suoi testi sono apparsi su numerose pubblicazioni, antologie, plaquettes e siti web in Italia, Austria, Slovenia, Canada, Francia, Slovacchia, Svizzera. La sua prima raccolta, “L’infanzia vista da qui” (Sottomondo), è stata edita nel dicembre 2005 e ristampata nel marzo 2006. Nel 2007 ha vinto Premio Nazionale “Beppe Manfredi” per la migliore opera prima. La seconda raccolta, “A ogni cosa il suo nome” (Le Voci della Luna), è stata pubblicata nel dicembre 2008 ed ha ottenuto diversi riconoscimenti a livello nazionale (Premio Città di Salò, Premio Il Litorale, Premio Baghetta, Premio Anna Osti, Premio Gozzano, Premio Percoto).
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isogna sempre dare un nome alle cose, per meglio riconoscerle o per far sì che esse possano essere ricordate. Dare un nome – identificarlo – permette un accesso preciso, senza fraintendimenti e di conseguenza un riconoscimento normativo del reale. La nominazione è una forma di chiamata alla voce delle cose: Francesco Tomada ci trasmette figure orali e dà loro un corpo nominandole. Non solo chiama le cose come sono, le chiama perché siano. Non si balocca con le figure nelle quali trova paralleli col quotidiano (o sono il quotidiano), non crea ricami che possano risultare fuorvianti, ma salda il punto di osservazione con quanto osservato, vi fonde uno stato antecedente, vi trova uno stato antecedente, quanto esisteva prima che la coscienza ne fosse sollecitata, prima che le immagini avessero coesistenza col momento in cui l’immagine è riconosciuta. […] Per Tomada la lingua non è un attrezzo, non è uno strumento. Essa è la struttura stessa, la materia di cui siamo fatti. La scrittura quindi non avviene come ornamento formale: serve piuttosto ad evocare e quindi a generare forme. Forme che trovano nome e stato, evolvono da una intuizione divenendo reali per davvero. Ogni parola nasce dall’ascolto e solo dopo cade nella pagina che le darà il suo nuovo corpo. Tutto ha un nome, chiarissimo e inequivocabile. […] Inscindibile dalla nominazione, per Tomada è il rapporto con la storia e di conseguenza con la memoria: egli sa che la memoria è pienamente inserita nella storia, anzi, essa ne determina il persistere quando diventa collettiva e trasforma l’evento storico in evento “vissuto” che assume così tutt’altra forma e diviene elemento di significazione. La rappresentazione – che avviene nei testi – ci porta in un mondo legato ad una diacronia sospesa fra una dimensione apparentemente astratta (passato) e l’altra (presente) in cui la prima “assume forma totale e concreta” nel momento in cui diventa fatto narrato. La memoria – e la storia da essa “lavorata” nella vita quotidiana, intrisa di grandi narrazioni e piccoli eventi – non è che l’insieme dei frammenti che compongono il corso della vita, il passato in vista del presente: dunque, la memoria costituisce la nostra identità. […] Dalla prefazione, Chiamare le cose perché siano, di Fabiano Alborghetti)

Giovanni Fierro è nato a Gorizia nel 1968. I suoi testi sono stati pubblicati nelle raccolte “Frantumi” (2002) e “Prepletanja – Intrecci” (2003), entrambe edite da Sottomondo. E’ curatore della rivista Habel. Del dicembre 2004 è la sua prima raccolta poetica, “Lasciami così” (edita da Sottomondo Gorizia), con presentazione in quarta di copertina del poeta Mario Benedetti. Cura la rassegna culturale “Non c’è verso” – le parole e le musiche con gli autori”, giunta nel 2007 alla terza edizione. Fa parte della redazione del giornale di frontiera “Isonzo Soča” e collabora con il settimanale a tiratura nazionale “Carta”, per le pagine del triveneto.
Il riparo che non ho (Le Voci della Luna, 2011) è la seconda raccolta del poeta goriziano Giovanni Fierro, e rappresenta un notevole passo in avanti lungo lo stesso percorso che già ne aveva caratterizzato l’esordio alcuni anni fa con Lasciami così. Giovanni Fierro amplifica i tratti distintivi della propria scrittura, che è una scrittura frantumata, che procede a scatti: se la bellezza sta nell’imperfezione, è proprio questo (ed è un pregio, non una critica) il valore della sua poesia, che si espone nella propria nudità privilegiando la tensione etica e morale che nasce dal vivere intensamente e totalmente le situazioni ed i luoghi. Non è il contenuto ad adattarsi alla forma, ma fortunatamente il contrario: le parole diventano livide, impietose, a volte dolcissime, a volte estremamente dure nel gridare quelle verità che normalmente vengono taciute. La fragilità dell’esistenza però non assume mai la declinazione di un auto-compatimento, quanto piuttosto suggerisce la ricerca di una profondità che vada oltre, che dia senso e giustificazione, nel rapporto di coppia, in quello padre-figlia, nei momenti in cui il percorso del poeta incrocia i luoghi dove si è fatta la grande storia. Ed è quella stessa fragilità che talora si apre a momenti di improvvisa tenerezza e al desiderio di assoluto che è lo spazio aperto dentro e fuori, il mare, il cielo, il volo delle rondini che con ogni partenza “iniziano il loro ritorno”. Francesco Marotta

Cristina Micelli è nata a Udine il 06/11/65, vive a Basiliano (UD).
Considera la poesia una forma di resistenza umana. Sue poesie hanno ottenuto dei riconoscimenti ad alcuni concorsi nazionali (segnalata al Premio Il Mulino nel 1996, Miramare di Rimini nel 2006, Malattia della Vallata nel 2009, seconda classificata al Premio Hombres Città di Pereto – Sez. Diario nel 2006; finalista al Percorsi Luoghi e Paesaggi Umani dell’Università di Padova nel 2008). Un suo testo è presente nella raccolta Racconti Udinesi (ed. KappaVu 2007); sue poesie sono apparse nella rivista Le Voci della Luna (8 marzo 2010) e nel sito La Dimora del Tempo Sospeso. Partecipa a reading di poesia, fra cui il Festival Itinerante Internazionale della Poesia Acque di Acqua.
E’ una scrittura matura quella di Cristina Micelli, pacata eppure decisa nel dare a ciascuna parola il proprio peso. Leggendo queste poesie si respira l’aria della terra, che è il Friuli ma potrebbe essere qualsiasi terra, si incontra il tempo delle cose che dovrebbe essere diverso da quello affrettato e superficiale che spesso ci troviamo fra le mani. Non è un esercizio di nostalgia, quanto piuttosto un richiamo alla necessità di fermarsi e prendersi tempo per pensare, ritrovare una profondità e un senso etico che affondano le proprie radici nella vita e nelle vite di chi è stato prima di noi. Così i versi sono corde in bilico fra la fisicità dei luoghi e la povertà di calendari fotografici e di business plans, e – come accade nella vera poesia – lasciano l’idea di una sospensione fragile, non gridata ma per questo più potente, dove emerge la testimonianza di una generazione che ha i piedi nel passato e il corpo in un presente che non le rassomiglia. Francesco Tomada

Maurizio Mattiuzza è nato nei pressi di Zurigo nel 1965 e vive in Friuli dal ’76. È stato uno dei tipi di Usmis e un Trastolon. Ha pubblicato le raccolte di poesia La cjase su l’ôr (1997) e L’inutile necessitâ(t) (Kappa Vu, UD 2004) con note critiche di Luciano Morandini e Claudio Lolli. Da diversi anni lavora come paroliere e spoken poetry performer accanto al cantautore Lino Straulino, col quale ha realizzato l’album Tiere nere (Nota, UD 2001). Suoi testi sono apparsi in diverse antologie a fianco, tra gli altri, del famoso poeta beat Jack Hirschman e di importanti firme della canzone italiana come Elisa e Neffa. Nel 2008 ha vinto il Premio Naghèna d’Arjent al concorso per poesia in lingue minoritarie Mendrànze n Poejia ed è stato finalista del Premio letterario nazionale Laurentum.Recentemente ha inoltre ricevuto il Premio nazionale di Poesia Città di Ceggia ed è stato premiato a Torino nell’ambito della rassegna Onde d’arte in versi. È il vincitore del Premio nazionale Laurentum 2009 per poesia inedita in lingua italiana.
Quella di Maurizio Mattiuzza è una poesia dalle molte facce; dura e tenera, ardua e semplice, lirica e capace di momenti quasi narrativi, forte di un tono di denuncia verso un vivere contemporaneo che piega la natura agli interessi sacrificando la vita al denaro e al lavoro sfruttato e disossato fino a divenire merce. Uno scrivere proteso verso una riflessione poetica complessiva sul senso del vivere sulla necessità di identificare una sorta di geografia dell’amore. Gabriela Fantat, poeta e critico

Maurizio Benedetti è nato a Berna il 17-9-1968 e vive ad Ara Grande, frazione di Tricesimo (UD). Ha pubblicato nel 2006 la raccolta breve “Lontano da chi ascolta” per l’editore “Sottomondo” di Gorizia e, sempre per il medesimo editore, il libro “So distruggere il mio dio” nel 2008. Nel 2010 ha pubblicato per l’editore “Kappa vù” di Udine il libro “Bionda salamandra e altre poesie”. Ha fatto parte della redazione della rivista “Corrispondenze & Lingue Poetiche” edita dalla Kappa Vu di Udine e partecipa con continuità a letture pubbliche dei suoi testi. È direttore Artistico del Festival di poesia “PoetARE”, che si tiene annualmente dal 2008 ad Ara di Tricesimo. Nel 2009 ha vinto il “Trieste poetry slam” e si è classificato secondo assoluto al Premio Nazionale di poesia per inediti “Ossi di seppia” che prevede la pubblicazione su antologia per i primi quattro autori classificati.
La personalità di Benedetti traspare con prepotenza dai suoi testi poetici, che già dalla prima lettura appaiono strutturati su uno stile decisamente originale. Come giustamente nota Antonella Sbuelz nella sua postfazione la sua opera prima, “So distruggere il mio dio” ed. Sottomondo Gorizia, emerge il quadro di un mondo raddensato e imploso nel suo rifiuto di un unico centro, e lo fa attraverso una lingua onirica, a tratti frammentata, a tratti cristallina. Nei testi si succedono immagini ed associazioni ai limiti dello sperimentalismo e del surrealismo, “”passeggino senza cranio/ tegoline di carbonio”, “l’incantesimo ormonale che profana le tue tombe”, “biciclette da parati / su nuvole d’anguilla”, per citare solo alcuni fra gli innumerevoli esempi. Se l’effetto spiazzante di questa scrittura è da subito notevole, sarebbe però errato limitare la poesia di Benedetti ad un esercizio ben riuscito di associazioni improbabili. Dietro ad esse infatti è presente ed evidente un lavoro di costruzione del verso importante, sia dal punto di vista ritmico, che da quello dei contenuti. La scrittura diventa uno strumento per evidenziare, in modo a volte paradossale, le incongruenze del reale, scavare nel mondo dell’incomunicabilità, o addentrarsi ai limiti di quella che non è esagerato definire protesta sociale. Viva è infatti la denuncia di un tempo che vive per serializzare, dove gli individui si perdono nella moltitudine di stimoli del sentire collettivo, mentre il tessuto sociale “non pensa alla catastrofe se l’uomo è indifferente”. Ecco allora che Benedetti utilizza la sua capacità innata di superare le apparenze per testi che si configurano come autentica opera di meditazione e scavo, e la sua ricerca diventa espressione di una umanità che si libera delle costruzioni che la incrostano per riappropriarsi dell’individualità pensante, del “buio distillato / che solo la tua mente / sa togliere dal mare”. Francesco Tomada

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